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Ecco un bell’articolo che riassume a cosa va incontro il sistema della giustizia. Giusto per far capire anche ai più “duri di comprendonio” che questo non è il governo della sicurezza.  Per lo meno non quella dei cittadini onesti.

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Mi sembra molto interessante questo articolo di Barbara Spinelli che ci parla delle scelte dei mali minori e/o peggiori.


Fini e il male minore

di Barbara Spinelli, La Stampa, 15 novembre 2009

Da quando ricopre la terza carica dello Stato, Gianfranco Fini ha un’aspirazione che lo domina, costante: quella a esser statista oltre che uomo politico, e a scorgere nelle trasgressioni istituzionali di Berlusconi pericoli che lui, anche se solitario, vuol diminuire o combattere. Il suo magistero, come quello di Napolitano, è delicato: egli rappresenta la nazione, non può esser presidente di parte. Ma Fini ha osato molto, ultimamente, fino a praticare quella che Albert Hirschman chiama l’autosovversione: esprimendosi su temi essenziali come l’immigrazione, i diritti civili, il testamento biologico, la laicità.

Il libro che ha appena pubblicato (Il futuro della libertà. Consigli non richiesti ai nati nel 1989, Rizzoli) conferma una volontà precisa, e il desiderio di pensare la democrazia italiana nel tempo lungo, prendendo congedo dai dizionari delle «parole neoideologiche» e dei luoghi comuni («Il caso di Eluana Englaro ci ha dimostrato in modo eclatante che la politica italiana tende ancora a presentarsi, nei momenti di più aspro confronto, non secondo le linee contemporanee del “fare”, ma secondo le linee novecentesche dell’ “essere”, vale a dire le linee in definitiva rassicuranti, ma immobili, dell’ “identità”»).

Proprio perché ha deciso di scandagliare nuovi mari, vorrei porre al presidente una domanda di fondo, attorno a un assioma apparentemente importante che lo guida: se sia giusto, nonché utile, perseguire sistematicamente il Male Minore, nella resistenza al degrado delle istituzioni democratiche. Se davvero la situazione sia così degradata e povera di alternative, da imporre questa classifica dei mali, basata sulle categorie economiche del più e del meno. Nelle dittature la ricerca del male minore è spesso la sola via, anche se non necessariamente la più feconda.
Spesso è un camuffamento per iniziare i recalcitranti; solo di rado ingenera i casi Schindler, che accettò il nazismo salvando 1100 ebrei. Ma nella democrazia? L’economia dei mali è usanza antica, ma ha senso farne un assioma?

L’interrogativo si pone perché tutta la politica italiana, da anni, ruota attorno a questo concetto. L’hanno interiorizzato le opposizioni, svariati giornali, anche la Chiesa. Lo difendono i centristi (nuovi o vecchi): spesso moderati per non-scelta, per calcolo breve, per conformistica aderenza all’opinione dominante. L’ultimo esempio di politica del male minore è quello di Fini nell’incontro col presidente del Consiglio del 10 novembre: per evitare il peggio – la prescrizione rapida, cui Berlusconi assillato dai processi Mills e Mediaset teneva molto – il presidente della Camera gli ha concesso il processo breve, che è una prescrizione camuffata e accorcia i procedimenti con l’eccezione di alcuni reati (non i più gravi d’altronde, essendo escluso anche il reato di clandestinità: «una semplice contravvenzione punibile con banale ammenda», commenta Giulia Bongiorno, deputato, vicina a Fini).

La giustizia lenta affligge gli italiani, ma il rimedio non consiste nel dichiarare che il processo si estingue automaticamente dopo tre gradi di giudizio per la durata complessiva di 6 anni, bensì nell’introdurre preliminarmente le riforme che consentono di abbattere i tempi. Riforme da applicare a monte, senza toccare i processi pendenti. Non si tratta di troncare i processi, ma di accelerarne il corso. Dichiarare estinto un processo perché dopo due anni non c’è sentenza di primo grado è di una gravità estrema. In certi casi, soprattutto per reati delicati con rogatorie internazionali, due anni davvero non bastano. Scansare il male maggiore è buona cosa, ma quello minore – ambiguo, sdrucciolevole – non è detto dia frutti.

Classificare i mali e le colpe è attività millenaria, in teologia e filosofia. Cominciò il cristianesimo nel IV secolo a graduarli, con Agostino, introducendo nella valutazione il calcolo economico (il filosofo Foucault parla di teologia economica). C’erano colpe più o meno nefaste, e alcune erano talmente nefaste che in assenza di alternative la Chiesa tollerava mali minori. Nell’«economia del male», sosteneva Agostino, meglio le prostitute che l’adulterio; meglio uccidere l’aggressore prima che egli uccida l’innocente. La guerra, se proporzionata e volta al bene, divenne giusta. Il fine comunque rimaneva determinante, e il fine era il perfezionamento e l’imprescindibile trasformazione dell’uomo cui esso conduce.

Secolarizzandosi, tuttavia il male minore non punta più alla perfezione-trasformazione, ma all’ottimizzazione dell’esistente e del male. Cessa d’essere tappa d’un cammino accorto, si fa consustanziale alla democrazia, addirittura suo sinonimo. Lo descrive con maestria Hannah Arendt, negli Anni 50 e 60, con ragionamenti che sono ripresi oggi da Eyal Weizman, l’architetto israeliano direttore del Centre for Research Architecture a Londra, in un eccellente libricino intitolato Male Minore (Nottetempo 09). Marco Belpoliti l’ha recensito su la Stampa il 28-8-09.

Accade a ciascuno di cercare il male minore, nella vita individuale e pubblica. È il momento in cui urge, tatticamente, scongiurare il precipizio nel peggio. In politica spingono in questo senso la prudenza, l’astuzia. Ma il male minore rischia di installarsi, di divenire concetto stanziale anziché nomade: non ambivalente paradosso ma via aurea, con esiti e danni collaterali che possono esser devastanti, non subito ma nel lungo periodo. A forza di mitigare l’iniquità agendo dal suo interno, in effetti, sorgono insidie che la Arendt spiega bene: «Lungi dal proteggerci dai mali maggiori, i mali minori in politica ci hanno invariabilmente condotti ai primi». «Ossessionati dai mali assoluti» (Shoah, Gulag) ci abituiamo a non vedere il nesso, stretto, tra male maggiore e minore.

La mente stessa muta, quando il male minore si cristallizza in norma. Chi l’adotta tende a scordarsi, dopo, che in fin dei conti ha optato per un male. Nella memoria, l’opzione si trasfigura e si naturalizza, in politica, trasformando l’eccezione in regola: «Una misura meno brutale – scrive Weizman – è anche una misura facilmente naturalizzabile, accettabile, tollerabile. Quando misure eccezionali vengono normalizzate, possono venire applicate più frequentemente». E applicandole con crescente frequenza, «qualsiasi senso dell’orrore verso il male si perde», non solo nei politici ma nell’insieme della nazione.

Quando Fini sceglie un piccolo male per evitare al peggio, è pur sempre nel male che resta, anche se forse a disagio: con effetti infausti sul futuro cui tiene tanto. Una successione di piccoli mali finisce infatti col produrre un male grande raggiunto cumulativamente, non fosse altro perché è impossibile calcolare l’estensione dei loro guasti.

Fini e Napolitano vengono da esperienze non dissimili. Ambedue hanno accostato i mali assoluti, avendone condivise le ideologie, e con coraggio ne sono usciti. Ambedue hanno scoperto le virtù del moderatismo pragmatico, del male minore. Ma il male minore è una trappola, se il suo essere anfibio e la miopia del pragmatismo son taciuti. Il male assoluto, paradossalmente, attenua la vigilanza: «Chi sceglie il male minore dimentica rapidamente d’aver scelto a favore del male», dice la Arendt. Dimentica che l’eroe delle tragedie greche è sempre alle prese con un dilemma: con due mali più o meno terribili, con le due corna del toro infuriato.

La via di Robert Pirsig, evocata da Weizman, è non privilegiare un corno piuttosto che l’altro, ma prendere il toro per le corna (Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, Adelphi 1981). Il che significa: disobbedire, rifiutare il miserando gioco della torre. Oppure: «Si può gettar sabbia negli occhi del toro; si può tentare di addormentare il toro con una ninna nanna; e infine ci si può rifiutare di scendere nell’arena».

(16 novembre 2009)

Un interessantissimo articolo che chiarisce un po’ di cosette sull’immigrazione e sulla propaganda di parte che demonizza gli stranieri trovando un nemico inesistente. Come ai “bei tempi” di ogni totalitarismo.
Eccolo

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Quando la matematica è un’opinione: Beppe Severgnini, i Romeni e la criminalità
Siamo sicuri che il “marchio geografico” della delinquenza ci aiuti a risolvere i problemi?

di Carlo Gubitosa

Tutto nasce da una lettera a Beppe Severgnini. A scrivere su corriere.it è Claudiu Victor Gheorghiou, che si firma come “artista e storico romeno” gettando sul piatto una domanda molto pesante: “Per parte della gente italiana il problema erano i siciliani l’altro ieri, ieri gli albanesi, oggi i romeni, e domani?”.

Severgnini spiega che l’ “atteggiamento sospettoso verso il diverso” non è poi così campato in aria, e nasce anche “per il tipo di reati che commettono” gli stranieri percepiti come “ospiti ingrati”.

E qui scatta la trappola dei numeri, un polverone di dati che lascia in bocca al lettore un messaggio molto chiaro: da un po’ di anni a questa parte i romeni sono in cima alla classifica degli stupratori, e quindi si capisce come mai la gente ce l’ha tanto con loro. Per sostenere questa tesi Severgnini mischia dati stimati dall’Istat sulle violenze sessuali con dati statistici del ministero dell’Interno sulle violenze denunciate, e vende il tutto al lettore come se si trattasse di dati sulle violenze sessuali effettivamente commesse.

Una bordata di disinformazione che renderebbe antipatici i romeni perfino a San Francesco d’Assisi: “il 90% dei responsabili [di violenza sessuale] era italiano. – proclama Severgnini -. Oggi quella percentuale è scesa al 60%. Vuol dire che il 40% delle violenze sessuali viene commesso dal 6,5% della popolazione”.

Il trucco di questa boutade, oggettiva solo in apparenza, si svela facilmente: il 90% è un valore stimato dall’Istat, il 60% è il valore registrato dal ministero dell’Interno in base alle denunce effettivamente ricevute. Le stime comprendono anche le violenze non denunciate, come quelle compiute in famiglia che sono invisibili al Viminale ma non per chi le subisce.

Se il valore stimato per le violenze “made in Italy” è più alto di quello registrato nelle denunce effettivamente presentate, si può concludere che tra le violenze “sommerse” la stragrande maggioranza sia compiuta da italiani. Con un trucco speculare si potrebbe piegare questa analisi in chiave “antitaliana” dicendo che i violentatori nostrani agiscono nell’ombra e sfuggono alla giustizia meglio di quelli stranieri, ma il gioco sarebbe altrettanto puerile e facilmente smascherabile dopo aver ragionato un po’ sul senso dei numeri.

Questa è solo una delle possibili forme di distorsione delle statistiche, e anche una tra le più evidenti: la manipolazione giornalistica, dove si confrontano le mele con le patate, le stime con le rilevazioni e si costruiscono opinioni soggettive nel lettore presentando dati che sembrano oggettivi, ma solo ad una lettura superficiale.

Tra gli altri fattori da considerare, c’è anche quello demografico.
Provate a fare una statistica in una scuola elementare considerandola rappresentativa della popolazione italiana. Se nella scuola elementare c’è un maestro ogni 10 insegnanti, le “statistiche” costruite lì dentro vi diranno che il 90% degli italiani è disoccupato, non legge la stampa quotidiana, non ha la licenza elementare e vive ancora in famiglia. Un bel quadretto di un popolo nullafacente, ignorante e mammone. Il problema è che in quel gruppo che abbiamo scelto come rappresentativo del popolo italiano c’era un sottogruppo sovrarappresentato, cioè che “pesava” più degli altri nelle rilevazioni statistiche: il gruppo dei bambini dai 5 ai 10 anni.

Lo stesso accade per quanto riguarda il gruppo dei criminali: i ragazzi in genere sono troppo impauriti per delinquere e i vecchi generalmente troppo saggi, e quindi le stime del tasso di criminalità collocano i valori più alti nella fascia d’età che va dai 20 ai 45 anni. In questa fascia d’età gli immigrati sono sovrarappresentati rispetto agli italiani, così come in una scuola elementare troviamo una percentuale di bambini che non rispecchia quella nazionale.

Questa maggiore presenza di migranti nel gruppo dei criminali è dovuta solo a ragioni demografiche, e al fatto che l’Italia a un certo punto ha smesso di fare figli, non certo ad una maggiore tendenza a delinquere da parte di certe popolazioni. Ignari di tutto questo accettiamo delle fotografie sfocate e distorte del rapporto tra criminalità e migrazioni, fidandoci di numeri costruiti male.

Un’altra forma di distorsione è quella politica. Le statistiche criminali come il numero dei denunciati, degli arrestati o dei fermati sono strettamente legate alle “politiche di polizia”: se l’attività delle polizie si concentra sugli immigrati sale il numero di immigrati denunciati e arrestati; se si concentra sui mafiosi aumenta il numero di mafiosi denunciati e arrestati.

Le tesi di Severgnini, dall’apparenza documentata e dai contenuti grossolani, sono state contestate con una lettera aperta da un gruppo di giornalisti e operatori sociali collegati alla campagna “Giornalisti Contro Il Razzismo”.
Beccato dai colleghi a fare il gioco delle tre carte con i numeri, Severgnini riconosce la differenza tra stime e statistiche (“è vero: in un passaggio ho accostato dati diversi, ho sbagliato e me ne scuso”) ma insiste nell’affermare il legame tra la provenienza etnica e la tendenza a delinquere, gettando sul piatto due domande chiave: “secondo voi esiste o non esiste un collegamento tra criminalità e immigrazione? Andrebbe tutto benone, nelle nostre città, se non fosse per i media allarmisti?” Non c’è più bisogno delle statistiche: per collegare un passaporto a un’indole criminale bastano le impressioni.

Un po’ come si è sempre fatto nel corso della storia, mettendo in relazione caratteristiche umane che non c’entrano un fico secco: per Hitler le origini ebraiche erano correlate ad una natura corrotta e malavitosa, e lo stesso ragionamento si applica oggi agli italiani negli Usa, ai ceceni in Russia, ai romeni in Italia. E’ come rilevare il taglio dei capelli di chi fa incidenti stradali e decidere in base ai risultati del rilevamento che la frangetta, i baffi o il pizzetto sono strettamente legati alla tendenza di schiantarsi in curva e ad una guida poco prudente, dovendo concludere che basta andare dal barbiere e cambiare look per diventare degli autisti provetti, o che staremmo molto meglio e le città sarebbero più sicure se i poveracci che sbarcano in Italia fossero greci anzichè romeni.

Quanto ai “media allarmisti” tirati in ballo da Severgnini, nessuno si è mai chiesto nella redazione del “Corriere” che cosa accadrebbe se il dato misurato in relazione ai crimini non fosse quello della nazionalità ma quello del reddito, della scolarizzazione o della residenza?

Io faccio una scommessa: secondo me scopriremmo che i poveri delinquono più dei benestanti, gli analfabeti delinquono più dei dottorini e chi vive nelle periferie e nei quartieri ghetto delinque più di chi sta nei centri storici, INDIPENDENTEMENTE dal passaporto e dalla nazionalità. Ma a quel punto il problema non sarebbe più delinquenziale (e quindi risolvibile con provvedimenti di facciata che puntano il dito contro i cattivi), e resterebbe nudo nella sua natura di problema politico, dove il dito va puntato contro i governanti incapaci di gestire il cambiamento sociale, e dove il conflitto non è tra italiani per bene e stranieri delinquenti, ma tra i vari furbetti del quartierino che si sono mangiati il paese (magari con passaporto monegasco o sammarinese) e chi resta immerso nella lotta violenta per sopravvivere, spartendosi le briciole e guardando in cagnesco i poveri che ce le contendono.

Per fortuna di “opinioni statistiche” in giro ce ne sono tante e varie, e ognuno può scegliere quella che più gli piace. Come ad esempio l’analisi pubblicata dalla Paris School of Economics, e realizzata da tre ricercatori: Milo Bianchi della PSE, Paolo Buonanno dell’Università di Bergamo e Paolo Pinotti, che lavora nel “servizio studi” della Banca d’Italia.

Partendo dalle stesse informazioni fornite da Severgnini sulle denunce registrate dal ministero dell’Interno, i tre ricercatori incrociano questi dati e ne aggiungono altri sui numeri dei permessi di soggiorno rilasciati nel corso degli anni. Le conclusioni di questo lavoro sono ben diverse da quelle dell’opinionista del “Corriere”: Bianchi, Buonanno e Pinotti evidenziano che i permessi di soggiorno negli ultimi anni sono cresciuti drasticamente, e i tassi di criminalità sono rimasti più o meno gli stessi. “L’immigrazione – scrivono – ha inciso solamente sui furti, senza avere effetti su tutti gli altri tipi di reati. Dal momento che i furti rappresentano una percentuale molto piccola di tutti i reati commessi, l’effetto (dell’immigrazione) sul tasso complessivo di criminalità è prossimo allo zero”. (Il documento integrale si trova su http://www.pse.ens.fr/document/wp200805.pdf)

Ma allora perchè siamo tutti così inquieti e impauriti quando si parla di romeni? Forse per stare più tranquilli basterebbe gettare il telecomando dalla finestra, o almeno questo è quello che suggerisce tra le righe la ricerca realizzata dal Centro di Ascolto dell’Informazione Radiotelevisiva che ha monitorato la presenza di notizie di cronaca nera, giudiziaria e di criminalità nei telegiornali italiani. (La ricerca è su http://tinyurl.com/cps2cb)

“La tendenza alla drammatizzazione dell’informazione e alla spettacolarizzazione del quotidiano – scrivono all’Osservatorio – si evince non solo dalla frequenza con la quale vengono date notizie relative a crimini violenti, ma anche dalla terminologia utilizzata che trasmette costantemente un’immagine di morte e violenza, quindi una sensazione di insicurezza e pericolo”.

I dati fanno riflettere: tra il 2003 ed il 2007 nei telegiornali nazionali è più che raddoppiato il tempo dedicato alle notizie di cronaca nera, cronaca giudiziaria e criminalità organizzata, passando mediamente dal 10% del 2003 al 24% del 2007. Ma allora sono aumentati i crimini o la paura indotta dalla TV?

Ancora una volta si conferma che sulla carta stampata e sul teleschermo perfino la matematica è un’opinione: figuriamoci la statistica. E figuriamoci le statistiche mischiate male e lette peggio dai giornalisti che seguono l’onda dell’allarmismo.

Per contattare gli autori:
carlo@gubi.ithttp://www.giornalismi.info/gubi
mauro.biani@gmail.com – maurobiani.splinder.com

(19 marzo 2009)

Europa 7

Pubblicato: marzo 13, 2008 in articoli
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”Siamo nella più completa e colpevole illegalità”

di Stefano Corradino

Un’informazione distante e distinta dai partiti, al servizio dei cittadini e non in una condizione di sudditanza col potere. In cui si rimetta in gioco la satira e quegli straordinari talenti come Corrado e Sabina Guzzanti, Paolo Rossi, Crozza (e mi dispiace per quelli che dimentico), che in questi anni sono stati umiliati”. Questo è il modello di televisione di Francesco Di Stefano, l’imprenditore proprietario di Europa7. Nel luglio 1999, Europa 7 ottiene dallo Stato Italiano la concessione per una rete nazionale, Retequattro no. La seconda continua a trasmettere. la prima non ha mai iniziato. Dal Parlamento europeo al Consiglio d’Europa è un susseguirsi continuo di sentenze favorevoli al gruppo di Di Stefano. Fino all’ultima del 31 gennaio 2008: la Corte di Giustizia Europea riconosce ad Europa 7 il diritto ad avere le frequenze per trasmettere. “Questa vicenda è una follia di dimensioni incredibili” commenta l’imprenditore ad Articolo21.

La campagna elettorale è nella sua fase più calda. Il tema dei media e dell’informazione però non sembra prioritario per i vari schieramenti in campo.
Assolutamente no. E invece dovrebbe esserlo. E non lo dico solo per quanto riguarda la vicenda di Europa7 ma in virtù di una riflessione da rovesciare completamente sul versante dei media, della libertà di informazione, del conflitto di interessi, delle sentenze europee.

La sentenza che le ha dato ragione resta inapplicata.
Onestamente mi sembra che il Partito Democratico se ne sia dimenticato del tutto. E a mio avviso tutto ciò non è casuale.

Magari non c’è stato il tempo sufficiente per occuparsene, la legislatura è durata meno della metà del mandato…
Non è un problema di tempo ma di volontà e di scelte. A me sembra che su questa vicenda ci sia un vero e proprio accordo con Berlusconi. Il primo risale a tanti anni fa con la sostanziale ammissione di Violante. Adesso non so se l’accordo sia sempre lo stesso ma le cose non sono affatto cambiate e la Gentiloni non invertiva di certo questa tendenza…

L’informazione e i media sono al dodicesimo punto del programma del Partito Democratico: si parla di assegnazione delle frequenze secondo le direttive Ue e di rispetto delle sentenze della Consulta.
Cosa significa? Che vanno fatte nuove gare? Perchè non si afferma in quel capitolo che c’è  una sentenza della Corte di Giustizia europea che doveva già, e lo ripeto… già essere eseguita? Un programma che non menziona affatto questa sentenza inequivocabile mi porta automaticamente a pensare che ci sia un accordo tra Veltroni e Berlusconi.
La Corte di Giustizia europea non è l’organo più cretino del mondo ma il Tribunale, l’organo più importante in Europa. Se una sentenza ti obbliga ad assegnare immediatamente delle frequenze occupate illegalmente cosa si aspetta a farlo?

L’apparentamento con il Partito Democratico da parte dell’Italia dei Valori che su questa vicenda si è sempre battuta non la rende almeno un po’ ottimista?
Su Di Pietro abbiamo sempre contato perché la sua è stata una battaglia sulla legalità a 360 gradi. Ci contiamo molto ma penso che, all’interno del Pd, dovrà come al solito sgomitare per far interessare anche altri.

Giuseppe Giulietti, probabile candidato con l’Idv intende iniziare la sua campagna elettorale proprio dagli studi di Europa7.
Sono molto contento di questo sodalizio tra Di Pietro e Giulietti, perchè mette insieme due campioni della legalità, uno sulla giustizia l’altro su media. Il fatto che Giulietti voglia partire proprio dagli studi di Europa7 conferma il mio giudizio di un esponente politico, rarissimo, che si è sempre battuto, concretamente e autonomamente, per i diritti e per la libertà d’informazione.

Qual è per Europa7 l’iter da qui alle prossime settimane?
Aspettiamo la fissazione dell’udienza al Consiglio di Stato per la sentenza ultima sul risarcimento e sull’ottemperanza delle frequenze. Ma contemporaneamente sia il Ministero che l’Autorità preposte devono ottemperare perchè, formalmente, sono già nell’illegalità.

C’è la campagna elettorale, poi le elezioni, poi i vari insediamenti. Teme che questo lasso di tempo allungherà ulteriormente i tempi per una soluzione?
E’ ovvio purtroppo, e nel frattempo i cittadini continuano a pagare il prezzo di una pesante situazione in cui Mediaset si è arricchita e chi doveva legittimamente occupare uno spazio ne è stato privato.

Voi sareste già pronti a trasmettere…
Lo siamo dal 1999. Potremmo cominciare immediatamente.
E da otto anni siamo qui ad attendere. E’ una follia di dimensioni incredibili.

Che televisione ha in mente di fare?
Quella che manca da tanti anni non essendoci più alcuna  concorrenza in questo paese. Un’informazione distante e distinta dai partiti, al servizio dei cittadini e non in una condizione di sudditanza col potere. In cui si rimetta in gioco la satira e quegli straordinari talenti come Corrado e Sabina Guzzanti, Paolo Rossi, Crozza (e mi dispiace per quelli che dimentico), che in questi anni sono stati umiliati.

Alexander Stille qualche giorno fa in una lezione all’Auditorium ha dipinto un quadro inesorabile dell’informazione televisiva italiana per oltre il 70% dominata dagli interventi degli esponenti politici…
L’informazione italiana vive in una condizione di manipolazione totale. E di gestione truffaldina, Parlo di quella televisiva ovviamente.

E allora chiudiamo con quella “cartacea”. Lei ha espresso interesse per il quotidiano l’Unità. La trattativa è ancora aperta?
Abbiamo ricevuto da poco i conti del giornale e quindi da poco abbiamo cominciato ad approfondirli. Purtroppo è una questione che capita nel momento più sbagliato perché la battaglia di Europa7, dopo la sentenza del 31 gennaio è nella fase più viva. Ma se ci danno un po’ di tempo – visto che all’Unità siamo molto interessati – cercheremo di occuparci di entrambe le cose.

corradino@articolo21.info

02/03/2008

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Informazione indietro tutta

di Alessandra Mancuso
Maglia nera per i Tg Rai e Mediaset: nel 2007 hanno dedicato alle crisi umanitarie l’8% delle notizie trasmesse (6426 notizie su un totale di 83.200). Nel 2006 la quota, già scarsa, era il 10%. Informazione dunque a passo di gambero e sempre piu’ scandalosamente distratta dai drammi che vivono milioni di persone nel mondo.E’ la radiografia del rapporto annuale di Medici senza Frontiere, analisi realizzata in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia, delle principali edizioni (diurna e serale) dei telegiornali Rai e Mediaset.
Le dieci crisi umanitarie più ignorate sono: Somalia, Zimbabwe, tubercolosi, malnutrizione infantile, Sri Lanka, Repubblica Democratica del Congo, Colombia, Birmania, Repubblica Centraficana e Cecenia.
E continua la tendenza provinciale dei nostri Tg di parlare di contesti di crisi solo laddove riconducibili a eventi o personaggi italiani o comunque occidentali. Della guerra in Sri Lanka, per fare solo un esempio, si parla esclusivamente in occasione del ferimento dell’ambasciatore italiano….

Alla malnutrizione, che ogni anno uccide cinque milioni di bambini sotto i 5 anni, dedicate solo 18 notizie, la maggior parte in relazione ai generici appelli del papa contro la fame nel mondo.
All’Aids, che uccide due milioni di persone l’anno, 54 notizie.
Alla malaria, una vittima ogni 3 secondi, solamente 3.
Va leggermente meglio solo per il Darfur che ha visto una copertura mediatica maggiore rispetto al 2006…effetto anche dell’impegno di personaggi celebri nel mondo dello spettacolo.

Per MSF, che opera in 65 paesi del mondo, “è importante che i media si impegnino per informare sulla realtà dei tanti contesti di crisi nel mondo perché raccontare significa sollevare problemi che altrimenti resterebbero nascosti e richiamare alle proprie responsabilità nei confronti delle popolazioni in pericolo i governi e le istituzioni. Ed è importante anche perché i cittadini italiani hanno il diritto di essere informati sulle tante crisi umanitarie, perché non è vero, come viene spesso affermato, che queste non interessano: lo dimostrano le centinaia di migliaia di cittadini italiani che con donazioni aiutano MSF e i 30 mila italiani che l’anno scorso hanno aderito alla campagna di MSF “Dimmi di più” chiedendo un’informazione più attenta alle crisi umanitarie”.

Aderiamo in pieno, ovviamente, e pronostichiamo un paradosso: alla pubblicazione del rapporto annuale di MSF i nostri Tg dedicheranno forse qualche minuto di falsa coscienza. Subito dopo continueranno a oscurare le crisi umanitarie dimenticate.
Con dovizia di particolari, continueranno invece ad aggiornarci su ogni insignificante dettaglio di indagine dei delitti privati del cortile di casa nostra.

chi vota il pdl

Pubblicato: marzo 12, 2008 in articoli
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l partito di berlusconi gode della maggior percentuale di «fedeltA’»

Chi vota il Popolo della libertà

Gli elettori sono soprattutto uomini, con un titolo di studio-medio basso. Molti si dicono cattolici praticanti

Fini e Berlusconi (Tam Tam)

di RENATO MANNHEIMER
Il Popolo delle Libertà è la creazione di Berlusconi in vista delle prossime elezioni. Si tratta, secondo alcuni, della risposta del Cavaliere alla nascita del PD e alla decisione di quest’ultimo di correre da solo, sconvolgendo così tutti gli equilibri politici precedenti. Berlusconi nega questa genesi del suo partito e sottolinea come da diversi anni egli sogni la formazione di questa nuova forza politica che, nei suoi progetti, dovrebbe aggregare tutto il centrodestra.

IL MERCATO ELETTORALE DEL PDL – Al di là della disputa sulla sua origine, va riconosciuto che il Pdl ha subito conquistato la maggioranza relativa dei consensi. Oggi, secondo la maggior parte dei sondaggi, esso si attesta tra il 38 e il 41%. Si tratta di una quota ampia di elettorato, accanto alla quale va considerato il segmento di votanti potenziali, costituito da coloro che, pur non avendo deciso ancora la loro opzione, “prendono in considerazione” il PDL. È un bacino potenziale stimabile in circa un ulteriore 5%, presente lungo tutto l’arco politico: infatti gli appartenenti al segmento in cui il PDL potrebbe espandersi ulteriormente votano oggi perlopiù per la Lega Nord o per l’Unione di Centro, ma ve n’è una quota presente anche nel PD, ciò che mostra come queste elezioni siano caratterizzate da un’ampia mobilità potenziale.
Naturalmente, però, il PDL potrebbe, nelle prossime settimane, subire anche una contrazione di voti. Occorre dire che una buona parte degli elettori attuali del PDL si dichiara totalmente fedele, affermando di non prendere in considerazione nessun altro partito per il voto. Da questo punto di vista, il PDL è il partito che gode della maggior percentuale in assoluto di elettori “fedeli”: il 39%. Ma, come nelle altre forze politiche, resta il fatto che la maggior parte dei votanti attuali per il PDL dichiari di non essere completamente “certa” del proprio voto e non escluda, all’ultimo momento di scegliere un’altra forza politica. Le più gettonate dai votanti attuali del PDL come possibile alternativa sono la Lega Nord, La Destra e, in misura minore, l’Unione di Centro e la Lista di Ferrara. Ma anche in questo caso, si rileva come una quota non indifferente – l’11% – degli elettori attuali del PDL “prende in considerazione” il PD.

Il sondaggio

LE CARATTERISTICHE DEGLI ELETTORI DEL PDL – Dal punto di vista dei connotati socio-economici, il Popolo delle Libertà si caratterizza con un elettorato tendenzialmente più maschile che femminile e distribuito quasi uniformemente in tutte le classi di età. Similmente a quanto accadeva per Forza Italia, esso si connota con una presenza assai più accentuata di persone con titolo di studio medio-basso e, di converso, una minore incidenza di laureati. Buona parte degli elettori del PDL si dichiara cattolica praticante, sebbene in misura moderata: vanno infatti a Messa grossomodo due volte al mese.

LE PROSPETTIVE FUTURE – Sulla base del suo seguito attuale, il PDL potrebbe conquistare, grazie al premio di maggioranza, la predominanza assoluta degli eletti alla Camera dei Deputati. Più controversa è la situazione al Senato. Qui, come si sa, il premio di maggioranza viene calcolato su base regionale e, di conseguenza, l’assegnazione dei seggi dipende dai risultati in ciascuno di questi contesti territoriali. Allo stato attuale, le analisi più sofisticate suggeriscono l’esistenza di una maggioranza per il PDL anche al Senato. Se, tuttavia, il vantaggio del Cavaliere sui suoi oppositori dovesse nelle prossime settimane decrescere, la situazione potrebbe farsi più critica e ci si potrebbe trovare in una circostanza simile a quella verificatasi con il Governo Prodi che dovette far fronte ad una maggioranza insicura al Senato. Con l’aggravante che, questa volta, i Senatori a vita farebbero parte tendenzialmente dell’opposizione.

11 marzo 2008(ultima modifica: 12 marzo 2008)

chi vota il pdl

Pubblicato: marzo 12, 2008 in Uncategorized
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Chi vota, chi.

Il partito di berlusconi gode della maggior percentuale di «fedeltà»

Chi vota il Popolo della libertà

Gli elettori sono soprattutto uomini, con un titolo di studio-medio basso. Molti si dicono cattolici praticanti

Fini e Berlusconi (Tam Tam)

di RENATO MANNHEIMER
Il Popolo delle Libertà è la creazione di Berlusconi in vista delle prossime elezioni. Si tratta, secondo alcuni, della risposta del Cavaliere alla nascita del PD e alla decisione di quest’ultimo di correre da solo, sconvolgendo così tutti gli equilibri politici precedenti. Berlusconi nega questa genesi del suo partito e sottolinea come da diversi anni egli sogni la formazione di questa nuova forza politica che, nei suoi progetti, dovrebbe aggregare tutto il centrodestra.

IL MERCATO ELETTORALE DEL PDL – Al di là della disputa sulla sua origine, va riconosciuto che il Pdl ha subito conquistato la maggioranza relativa dei consensi. Oggi, secondo la maggior parte dei sondaggi, esso si attesta tra il 38 e il 41%. Si tratta di una quota ampia di elettorato, accanto alla quale va considerato il segmento di votanti potenziali, costituito da coloro che, pur non avendo deciso ancora la loro opzione, “prendono in considerazione” il PDL. È un bacino potenziale stimabile in circa un ulteriore 5%, presente lungo tutto l’arco politico: infatti gli appartenenti al segmento in cui il PDL potrebbe espandersi ulteriormente votano oggi perlopiù per la Lega Nord o per l’Unione di Centro, ma ve n’è una quota presente anche nel PD, ciò che mostra come queste elezioni siano caratterizzate da un’ampia mobilità potenziale.
Naturalmente, però, il PDL potrebbe, nelle prossime settimane, subire anche una contrazione di voti. Occorre dire che una buona parte degli elettori attuali del PDL si dichiara totalmente fedele, affermando di non prendere in considerazione nessun altro partito per il voto. Da questo punto di vista, il PDL è il partito che gode della maggior percentuale in assoluto di elettori “fedeli”: il 39%. Ma, come nelle altre forze politiche, resta il fatto che la maggior parte dei votanti attuali per il PDL dichiari di non essere completamente “certa” del proprio voto e non escluda, all’ultimo momento di scegliere un’altra forza politica. Le più gettonate dai votanti attuali del PDL come possibile alternativa sono la Lega Nord, La Destra e, in misura minore, l’Unione di Centro e la Lista di Ferrara. Ma anche in questo caso, si rileva come una quota non indifferente – l’11% – degli elettori attuali del PDL “prende in considerazione” il PD.

Il sondaggio (qui sotto)

LE CARATTERISTICHE DEGLI ELETTORI DEL PDL – Dal punto di vista dei connotati socio-economici, il Popolo delle Libertà si caratterizza con un elettorato tendenzialmente più maschile che femminile e distribuito quasi uniformemente in tutte le classi di età. Similmente a quanto accadeva per Forza Italia, esso si connota con una presenza assai più accentuata di persone con titolo di studio medio-basso e, di converso, una minore incidenza di laureati. Buona parte degli elettori del PDL si dichiara cattolica praticante, sebbene in misura moderata: vanno infatti a Messa grossomodo due volte al mese.

LE PROSPETTIVE FUTURE – Sulla base del suo seguito attuale, il PDL potrebbe conquistare, grazie al premio di maggioranza, la predominanza assoluta degli eletti alla Camera dei Deputati. Più controversa è la situazione al Senato. Qui, come si sa, il premio di maggioranza viene calcolato su base regionale e, di conseguenza, l’assegnazione dei seggi dipende dai risultati in ciascuno di questi contesti territoriali. Allo stato attuale, le analisi più sofisticate suggeriscono l’esistenza di una maggioranza per il PDL anche al Senato. Se, tuttavia, il vantaggio del Cavaliere sui suoi oppositori dovesse nelle prossime settimane decrescere, la situazione potrebbe farsi più critica e ci si potrebbe trovare in una circostanza simile a quella verificatasi con il Governo Prodi che dovette far fronte ad una maggioranza insicura al Senato. Con l’aggravante che, questa volta, i Senatori a vita farebbero parte tendenzialmente dell’opposizione.

11 marzo 2008(ultima modifica: 12 marzo 2008)

SONDAGGIO 
Le intenzioni di voto per il Popolo delle Libertà
Le intenzioni di voto per il Popolo delle Libertà
DEMOS EURISKO 20 feb 08 39,0
DEMO POLIS 28 feb 08 40,0
EUROMEDIA 01 mar 08 38,0
CRESPI 03 mar 08 37,9
IPSOS 03 mar 08 38,9
SWG 03 mar 08 36,5
DEMOSKOPEA 04 mar 08 40,5
ISPO 04 mar 08 39,5
LORIEN CONSULTING 06 mar 08 37,0
IPR 06 mar 08 38,5
DIGIS 09 mar 08 41,1
Il Popolo delle Libertà
BACINO POTENZIALE % INTENZIONI DI VOTO ATTUALE %
 
49,0 39,5

Sondaggio ISPO per Corriere della Sera

Campione rappresentativo della popolazione italiana in età adulta per sesso, età, titolo di studio, condizione professionale, area geografica, ampiezza comune di residenza
Periodo di rilevazione: febbraio-marzo 2008
Metodo di rilevazione dei dati: CATI
Casi: 987
Margine di approssimazione: 3%
Elaborazione dati: SPSS
La documentazione completa è disponibile sul sito www.sondaggipoliticoelettorali.it

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