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Ma in Germania si sta meglio..(?)

Pubblicato: gennaio 28, 2013 in articoli, Economia
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Questo per gli amici che: “In Germania stanno meglio e la loro classe dirigente è migliore della nostra”
http://www.businessinsider.com/censored-poverty-report-in-germany-2012-11
per chi non mastica bene l’inglese c’è questo articolo in italiano:
http://znetitaly.altervista.org/art/9218

Un po’ di video di Bagnai:






Vorrei dedicare un paio di riflessioni agli avvenimenti degli ultimi tempi.
Per prima cosa il pensiero principale rimane la condizione economica: non pare che chi comanda il mondo voglia mollare le proprie posizioni di forza e l’economia con finanza sregolata al seguito continua ad andare come negli ultimi 10 anni. Fantastico, continueremo a crollare fin quando l’incantesimo non dovrà per forza sciogliersi. Questa è obiettivamente la prima preoccupazione, ma tant’è e non riusciamo a farci nulla nel breve periodo. L’unica che ci rimane è vedere i dibattiti in tv e prendersela con i viceministri e sottosegretari che raccontano la favoletta della manovra equa.

Tra gli altri pensieri c’è stato spazio per il calcio: mi sono interrogato parecchio sulla dichiarazione di Buffon “Anche se mi fossi accorto non avrei detto nulla per aiutare il guardalinee”. Fantastico! Zeman si è esibito, meglio ancora del presidente degli arbitri, in un commento interessante che più o meno suonava così: “In campo nessuno lo direbbe ma ribadirlo fuori è sbagliato. La mia opinione è che nessun giocatore può non accorgersi di un pallone dentro la porta di 1 metro, tantomeno un portiere. Dico di più, io mai avrei cercato di levarlo da dentro, secondo me già in questo si può notare la disonestà del giocatore. E ben venga la sincerità di Buffon, almeno può aiutare qualcuno che ama il calcio sul serio a rendersi conto di che merda sia questo sport in Italia. La mia conclusione, il riassunto più azzeccato che sono riuscito ad elaborare è che se ami la vittoria qualunque vittoria essa sia ti comporti come Buffon, se ami la competizione, lo sport e la vittoria per merito ti comporti diversamente. E secondo me il calcio sarebbe anche molto più divertente se scegliessimo tutti la seconda opzione. Invece tendenzialmente e a qualsiasi livello ci si avvilisce tremendamente quando si perde e in questo modo si perde il senso dello sport. Peccato.

Infine la TAV. Ho sentito Perino spiegare che Abbà, se non fosse stato inseguito dalle forze dell’ordine, non sarebbe rimasto fulminato. Beh, non posso che dire che in parte ha ragione. Inoltre lo Stato italiano qui in Val di Susa si sta comportando da stato antidemocratico già da 10 anni. Ma che ci si aspetta da un Paese in cui la politica ripete, ogni volta che i suoi interessi confliggono con quelli del popolo, che non si può lasciare in mano al qualunquismo e alla demagogia la responsabilità di decidere per il superiore bene del Paese? Niente di più di quel che succede.
BelPaese. Seh, proprio un bel Paese.

Vorrei dedicare un paio di minuti sulla finanziaria da 47 miliardi del “grande economista-che-sta-salvando-l’Italia-grazie-al-suo-rigore” Tremonti.

Intanto premetto che ogni volta in cui mi capita di sentire parlare Tremonti di economia capisco perché l’Italia economicamente va a rotoli. E mi sento un possibile candidato per il nobel in economia. Seconda premessa doverosa da fare è che quando lo Stato taglia i fondi ai servizi sta aumentando le tasse indirettamente al ceto medio e medio basso. Quando si taglia su sanità e pensioni, poi, si sta giocando sulla pelle delle persone.

Parliamo ora della cosiddetta finanziaria. Tagliare poco quest’anno, un altro poco il prossimo anno e lasciare al futuro governo la tegola del grosso della manovra, oltre che essere una mossa da completi irresponsabili e vigliacchi, ci mette in una pessima luce sul piano internazionale. Infatti va da sé che il commento di Standard & Poor’s viene implicitamente confermato mettendoci nelle fila dei paesi instabili politicamente tanto da non poter e saper mettere mano ai conti pubblici. Questo sicuramente lo pagheremo e ci esporrà alla speculazione. Insomma, una specie di incubo. Grazie Tremonti dopo 10 anni di bluff ci toccherà pagare il conto della tua politica scellerata.

Le soluzioni alternative? Ci sarebbero eccome e starebbero persino nel programma elettorale del Pdl: abolire le province. Senza licenziare nessuno si risparmierebbero 15 miliardi di euro per ogni anno da qui alla fine dei tempi e in 4 anni farebbero 60 miliardi di euro risparmiati senza tagliare 1 euro 1 di servizi ai cittadini.

Un bell’articolo di stefano Feltri, dal fatto quotidiano su Keynes, la sinistra e l’economia,

http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578&id_blogdoc=2482981&yy=2010&mm=05&dd=02&title=keynes_le_giraffe_e_il_pd

2 maggio 2010
Nella crisi economica che dura ormai da tre anni, è successa una cosa strana: la sinistra non ne ha approfittato. La finanza è collassata, le società più diseguali sono implose, il miraggio del debito è svanito, l’illusione che garantire stipendi esagerati ai top manager fosse necessario per assicurare che le aziende fossero gestite bene si è rivelata nient’altro che una rapina legalizzata. Eppure, i partiti che avevano sempre avversato queste pratiche sono tutti in difficoltà (con la parziale eccezione dei democratici americani). Come è potuto accadere?

Una delle risposte è che, come è successo in Italia, gli ex socialisti o ex socialdemocratici avessero abbracciato il libero mercato e il liberismo un po’ troppo tardi, giusto un attimo prima che questo iniziasse a mostrare i suoi limiti. E così, con lo zelo e l’ingenua fede dei neofiti, le sinistre europee si sono trovate spiazzate dalla crisi.

Per ricominciare a Pier Luigi Bersani, a Martin Aubry, a Dominique Strass-Khan e magari pure a Gordon Brown (che presto avrà molto tempo libero), potrebbe essere utile leggere un libretto appena pubblicato dalla casa editrice DeriveApprodi. Si chiama “Laissez faire e comunismo” (84 pagine, 10 euro), raccoglie due brevi saggi di John Maynard Keynes, pubblicati negli Stati Uniti nel 1926 e praticamente inediti in Italia. Il primo è dedicato, appunto, al laissez faire, alla leggendaria risposta del mercante Legendre che alla domanda di Colbert – cosa può fare la politica per voi commercianti? – si limitava a dire: “Laissez nous faire”. Lasciateci fare. Il secondo saggio raccoglie impressioni sul comunismo di Keynes che, di ritorno da un viaggio in Russia pochi anni dopo la rivoluzione bolscevica, già era in grado di cogliere tutti i limiti di un sistema in cui gli incentivi e le motivazioni dei soggetti economici erano così diversi da quelli occidentali. Ne intravedeva anche molte potenzialità, alla luce di quello che succederà poi pecca di un eccesso di ottimismo, ma va ricordato il suo giudizio definitivo: il comunismo è una fede, una nuova religione, non una teoria economica.

Ma è il saggio sul laissez faire che Bersani e gli altri dovrebbero imparare a memoria. Perché fissa due punti fondamentali: quali devono essere i compiti dello Stato e cosa significa essere di sinistra. Keynes scrive che “l’agenda più importante dello Stato concerne non quelle funzioni che gli individui realizzano di già, ma quelle funzioni che cadono al di là della sfera individuale, quelle decisioni che nessuno adotta se non le adotta lo Stato”. Poi chiarisce ancora meglio: “La cosa importante non è che il governo faccia un po’ meglio o un po’ peggio quelle cose che gli individui stanno già facendo, ma che faccia quelle cose che al momento non si fanno del tutto”. A questo serve lo Stato e la politica, se i partiti ne fossero consapevoli potrebbero ritrovare quella dignità che hanno perduto da quando hanno cominciato a sentirsi “casta” non più civil servant (non può essere un caso se questa espressione è priva di traduzione italiana).

E qual è, stando alle parole di Keynes, una visione di sinistra degli obiettivi che lo Stato si deve porre nei suoi interventi? “Se lo scopo della vita è brucare le foglie fino ai rami più alti, il modo più ovvio per realizzarlo è lasciare che le giraffe dal collo più lungo affamino quelle dal collo più corto”. Il rischio c’è, obietta la destra liberista (che, per inciso, in Italia praticamente non esiste). E ha un’argomentazione pronta per ogni obiezione: se lasciamo le giraffe a sé stesse, le giraffe con il collo più lungo brucheranno foglie che altrimenti resterebbero al loro posto, le altre – a seconda delle loro dimensioni – mangeranno le altre. E, alla fine, magicamente sarà stato brucato il maggior numero possibile di foglie. Così “in regime di laissez faire, il profitto andrà a beneficio di quanti, per abilità o buona sorte, si troveranno con le loro forze produttive nel posto giusto al momento giusto”. Ma l’esempio italiano dimostra tutti i limiti di questo approccio: dalla privatizzazione delle grandi aziende (vedi Telecom e Alitalia) a quella delle banche, il profitto è sempre andato a chi in quel momento aveva una manciata di miliardi da investire, ma non si può certo dire che il risultato soddisfi gli amanti del libero mercato.

“Se abbiamo a cuore il benessere delle giraffe – scrive Keynes – non dobbiamo trascurare le sofferenze di quelle con il collo più corto che muoiono di fame, o le foglie dolci che cadono per terra e vengono calpestate nella lotta, o l’eccessivo nutrimento delle giraffe con il collo più lungo, o l’espressione incattivita dall’ansia e dall’ingordigia litigiosa che rabbuia i musi mansueti del branco”. E questa sarebbe già una buona agenda, quasi un programma di governo per una sinistra che voglia offrire un’alternativa.

Manca soltanto un punto al programma di Keynes: dopo un quindicennio berlusconiano di crescita zero o quasi e tre anni di crisi economica (forse cinque, alle prossime elezioni), un centro sinistra che in Italia aspira al governo dovrebbe anche suggerire qualche idea su come far crescere l’albero e assicurarsi che di foglie da brucare ce ne siano sempre di più.

Aspetto le vostre recensioni di libri e idee a s.feltri@ilfattoquotidiano.it

Situazione economica in Spagna

Pubblicato: agosto 19, 2008 in articoli
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Riporto un interessante articolo da il Manifesto che parla della situazione dell’economia spagnola e delle reazioni di Zapatero che ha interrotto il suo ferragosto per correre al lavoro. Da approfondire gli accenni a scrittori come Galbraith e Rosa Luxemburg.


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/14-Agosto-2008/art3.html

COMMENTO
L’estate calda di Zapatero
Galapagos

Chrysler sta progettando una settimina lavorativa di 4 giorni. Purtroppo, quella della casa automobilistica Usa non è una «botta» di socialismo modello «lavorare meno, lavorare tutti», ma un nuovo segnale della crisi che colpisce duro i costruttori di auto. Le vendite crollano sia negli Usa che in Europa. Addittura del 28% in luglio in Spagna e per Zapatero sono dolori: la crisi incalza e il leader socialista ha dovuto interrompere le ferie e convocare d’urgenza un consiglio dei ministri per varare una manovra di sostegno che impedisca all’economia di passare da una fase di stagnazione a una di recessione.

L’interruzione delle ferie (il Ferragosto in Spagna è più «sacro» che in Italia) da parte di Zapatero è un gesto sicuramente simbolico, ma al tempo stesso il ritorno a Madrid è il segnale di una situazione economica che sta diventando gravissima. Come segnala il riaccendere della disoccupazione (tornata all’11%) ma anche una inflazione sempre più incalzante che in luglio ha toccato il 5,3% con conseguente caduta del potere d’acquisto per milioni di spagnoli. Ma la Spagna non è la sola alle prese con una fase di stagnazione che si sta trasformando in recessione. La crisi appare globale e rimbalza da una parte all’altra degli oceani.
Ieri abbiamo ricevuto pessime informazioni provenienti dall’altra sponda dell’Atlantico, ma – forse – ancora peggiori dal Pacifico. Alcuni giorni fa la Banca centrale nipponica aveva anticipato che l’economia giapponese forse era entrata in recessione. Non parlava a vanvera: visto che abbiamo saputo ieri che il Pil nel secondo trimestre è sceso in picchiata. E oggi sapremo che anche il prodotto lordo tedesco negli stessi tre mesi è andato giù: la domanda interna non tira e i consumi ristagnano. Stesse informazioni ci arriveranno oggi da Madrid, mentre dell’Italia sappiamo già tutto.
Per non parlare degli Stati uniti: i consumi non crescono anche se Bush si è dannato l’anima per far approvare dal congresso una legge che concedeva sgravi fiscali per 180 miliardi. Il tutto nella speranza vana (altra notizia che abbiamo saputo ieri) che gli americani ricominciassero a consumare e i consumi trainassero la produzione e quindi gli investimenti. Il tutto condito con una politica monetaria ultra espansiva con soldi in abbondanza e «a poco prezzo» per le banche e le altre istituzioni finanziarie che con la loro frenesia speculativa hanno provocato il boom dei consumi (ovviamente a credito) e quello dell’edilizia.
Certo, la spculazione spaventosa – e soprattutto la disattenzione delle Autorità di controllo – hanno dato il via e resa più aspra la crisi. Ma è sempre andata così, come ci ha insegnato Galbraith con un paio di famosi libri sul grande crollo e sulle follie finanziarie. Ma ridurre tutto alla speculazione e agli aumenti del prezzo del petrolio è misero. L’origine delle crisi – mi rendo conto che è un po’ retrò e ideologico affermarlo – e nella natura stessa del capitalismo. Nella cattiva distribuzione dei redditi, nel lavoro che produce ricchezza che finisce in tasche altrui. Nella scelta – questa sì solo ideologica – di lasciare mano libera agli imprenditori. Anche su tematiche sociali (scuola, sanità, previdenza, casa) per consentirgli di allargare le frontiere del profitto. E nascono da questa logica le privatizzazioni di «tutto», anche dell’acqua.
Per proseguire lungo la strada di uno sviluppo distorto, il capitalismo globale ha progressivamente allargato il mercato come aveva intuito Marx e come ci aveva spiegato magistralmente Rosa Luxemburg. Lo ha fatto cooptando paesi enormi come la Cina e l’India il cui sviluppo si sta rivelando una ulteriore contraddizione.
Oggi sapremo cosa deciderà un governo socialista: le prime indicazioni sulla manovra che varerà Zapatero non sono tutte buone. Sembra che non mancherà una nuova ondata di privatizzazioni e liberalizzazioni. Comunque vada siamo certi che a Madrid andrà meglio che a Roma dove con la manovra d’agosto si è dato il via a un processo di strangolamento dell’economia.