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Leggo con gioia che Confindustria se ne frega dei problemi italiani sbandierando slogan contro una lotta di classe, in un paese in cui milioni di operai votano Berlusconi, inesistente. Non basterebbero. Strano, in America i manager stessi propongono di aumentare le tasse ai loro stipendi ed in Inghilterra lo stanno già facendo.
Noi? Meglio lasciarsi al sonno di Tremonti.
articolo

Il sindacato di Epifani propone di applicare il prelievo a chi guadagna
più di 150mila euro l’anno. Sì del Pd. Gli industriali: “Inutile, scatena lotta di classe”
La Cgil: “Tassare i redditi alti”
E’ scontro con Confindustria
di LUISA GRION
La Cgil: “Tassare i redditi alti” E’ scontro con Confindustria

Guglielmo Epifani ed Emma Marcegaglia

ROMA – Servono soldi? Chiediamoli a chi ne ha di più. Guglielmo Epifani ne aveva già parlato due giorni fa dal palco di piazza San Giovanni, teatro della manifestazione di statali e metalmeccanici Cgil contro la politica economica del governo e la riforma della contrattazione. Ora il primo sindacato d’Italia torna, con più forza, a proporlo. In tempi di crisi nera, come questa, chi più ha più dà: dunque si potrebbe aumentare, temporaneamente, la tassazione sui redditi superiori ai 150 mila euro annui. Le entrate così recuperate potrebbero essere spese a favore di chi sta peggio e dei giovani precari: una sorta di tassa di solidarietà.

Ieri, la proposta è stata rilanciata negli studi di “Domenica in” da Agostino Megale, segretario confederale Cgil, ottenendo un “sì” di massima dal Pd (sia dalla componente Ds che dalla componente Margherita) e un “no” deciso da Confindustria. “La crisi richiede uno sforzo eccezionale – ha spiegato Megale – negli ultimi 7-8 anni i redditi dei lavoratori dipendenti solo aumentati in media dello 0,5 per cento, vale a dire, 4.500 euro, quelli dei dirigenti dell’8, cioè 25.000, quelli dei primi cento top manager di 830.000 euro: ognuno di loro guadagna quanto cento operai o cento impiegati”. L’intervento cui pensa il sindacato è una tassazione extra per due anni che – rifacendosi a provvedimento già approvato in Gran Bretagna – aumenti del 5 per cento (dal 43 al 48 per cento) l’aliquota per i redditi oltre i 150 mila euro (215 mila contribuenti secondo la Cgil, 115 mila per il fisco) ottenendo un miliardo e mezzo di gettito aggiuntivo.

L’idea non piace affatto a Confindustria: “Un’operazione del genere alimenterebbe solo una lotta di classe superata da anni e porterebbe ben poco nelle casse dello Stato” ha commentato Alberto Bombassei, vicepresidente dell’associazione. “La crisi è difficile, serve altro: non saranno quei 70-80 supermanager italiani a fare la differenza con le loro tasse”. Dello stesso parere Fabio Cerchiai, presidente dell’Ania, l’associazione delle assicurazioni che boccia la proposta come “negativa”.

Non la pensa così, invece, il Pd, che considera fattibile, anche se non risolutiva la proposta della Cgil. “Una soluzione del genere l’aveva applicata anche il governo Prodi, che per un anno aveva sterilizzato l’indicizzazione delle pensioni alte – commenta l’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano – ma le misure temporanee di scopo non portano gettiti rilevanti. Questa soluzione potrebbe contribuire assieme ad altre a definire un piano d’intervento di spirito collaborativo, ma per fare questo bisognerebbe aprire un tavolo di concertazione e mi pare che il governo non abbia alcuna intenzione a riguardo”.

La tassazione extra piace anche ad Enrico Letta che ricorda come lui stesso abbia proposto – poco tempo fa – di finanziare le protezioni per i parasubordinati senza rinnovo attraverso un contributo straordinario dei redditi alti: dai parlamentari in su. Sempre guardando a sinistra plaude alla Cgil anche Rifondazione, partito che poco più di due anni fa aveva lanciato la campagna “Anche i ricchi piangano” proponendo tassazioni extra sui redditi alti e rendite. “Una scelta del genere metterebbe finalmente mano all’enorme problema della mancata redistribuzione del reddito – dice Paolo Ferrero – Meno male che ci ha pensato la Cgil visto nel piano anti-crisi del Pd non c’era nulla a riguardo. Invece se non si parte da lì, dalla crisi non si esce”.
(16 febbraio 2009)

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articoli vari

Pubblicato: giugno 17, 2008 in articoli
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http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=76317

Avviso d´emergenza
Furio Colombo

Voci di estremo allarme si alzano nel Paese in cui un nuovo governo aveva fatto finta, sulle prime, di essere normale, un qualunque governo di destra europeo. Improvvisamente annuncia di seguito – e si prepara a imporre per decreto e con l´approvazione automatica della sua maggioranza – una serie di leggi con cui inventa un clima di tensione e paura. E risponde a quel clima inventato con leggi liberticide, anticostituzionali e contro il diritto di sapere. L´opinione pubblica libera e informata viene proclamata il nemico da eliminare. Si rivela il volto del nuovo governo. Come è stato detto da Antonio Di Pietro, è un volto che evoca paesi ad alto rischio come la Colombia. Ecco alcune voci che descrivono il nostro Paese oggi.

Stefano Rodotà: «Siamo di fronte a un fenomeno che l´Italia ha conosciuto in altri decenni: le leggi speciali.

Giovanni Sartori: «La Carta della prima Repubblica non è stata abolita perché non c´è più bisogno di rifarla. La si può svuotare dall´interno. Basta paralizzare la magistratura. Alla fine il potere politico comanda da solo».

Marco Travaglio: «Personalmente annuncio fin d´ora che continuerò a informare i lettori senza tacere nulla di quello che so. Continuerò a pubblicare atti di indagine e intercettazioni che riuscirò a procurarmi, come ritengo giusto e doveroso al servizio dei cittadini. Lo farò in base all´art. 21 della Costituzione e all´art. 10 della Convenzione europea sui diritti dell´uomo».

Eugenio Scalfari: «Attenti al risveglio. Può essere durissimo. Può essere il risveglio di un Paese senza democrazia».

Ecco che cosa è accaduto: militarizzazione del territorio «per ragioni strategiche»; uso dei soldati per il pattugliamento delle aree urbane; divieto quasi assoluto delle intercettazioni telefoniche nelle indagini, con limiti scandalosi e risibili (interrompere dopo tre mesi, non poterle utilizzare se si accerta un nuovo reato!) per le poche intercettazioni possibili; impunità (ancora non si sa per che cosa) al primo ministro garantita dal ritorno del vergognoso «lodo Schifani». Torna il passato e torna al peggio. Rivediamolo.

* * *

Un giorno dell´anno 2002, il secondo anno di direzione de l´Unità rinata e rifondata (non più di partito, non più vincolata ad alcuna ortodossia, ispirata alle battaglie «liberal» della stampa anglosassone, pragmatica e intransigente) direttore e il condirettore di questo nuovo corso (ovvero Antonio Padellaro e io) si sono presentati a una assemblea di senatori Ds per spiegare perché nel descrivere le imprese del governo Berlusconi di allora, fondato su una serie di «leggi vergogna», di «leggi ad personam» e di progetti di svuotamento o annullamento della seconda parte della Costituzione (in modo da colpire, sterilizzandoli, i principi democratici fondanti della prima parte della Costituzione, da cui nasce la nostra libertà) perché l´Unità usasse ripetutamente e con piena convinzione la parola «regime».

L´accusa era di estremismo. Ma uno strano estremismo. Non eravamo colpevoli di squilibri e tensioni ideologiche. Il nostro singolare e mal tollerato estremismo non si misurava sulla causa dei lavoratori ma sulle accuse al primo ministro. Dicevamo che godeva della speciale potenza, di una ricchezza immensa e che usava liberamente, impunito, i vantaggi di un gigantesco conflitto di interessi che gli consentiva di governare insieme il pubblico e il privato e di bloccare le informazioni, stava dando segni sempre più chiari di tracimare ogni argine, passare ogni limite, e piegare norme e leggi, anche europee, ai suoi interessi privati. Già allora l’operare politico di Berlusconi era come una bomba a grappolo. Ogni nuovo colpo assestato ai codici italiani portava immediate conseguenze private per il legislatore-beneficiario, un serie di distorsioni e anomalie estranee all´Europa nel sistema giuridico e una catena di conseguenze di fatto su soggetti estranei, come il blocco o l´impossibilità di decine di altri processi o la cancellazione di fatto di altre azioni penali.

Ma l´accusa è rimasta, come se si fosse trattato di un ossessione privata e personale. La frase tipica era: dire «regime» è una sciocchezza.

(altro…)

Democrazia? Cercasi

Pubblicato: aprile 21, 2008 in articoli
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Qui sotto possiamo vedere la facciona di Maroni, sempre molto fastidiosamente sorridente di ‘sto periodo, con un articolo in cui illustra in maniera compiuta tutta una serie di cazzate populiste. Tipo giustizia e controllo fai da te. Sotto vediamo quel che ha da dire Di Pietro. Per il seguito di questa storia sicuramente avremo aggiornamenti.

link

L’intervista Il ministro dell’Interno in pectore

Maroni: sì alle ronde contro i criminali

«E sugli immigrati clandestini pulizia e polizia»

 

— «Ha visto? Anche a Bologna le fanno. Certo, viste dai Tg, quelle sembrano ronde buone. Ma sono uguali alle nostre». È il ministro dell’Interno in pectore, Roberto Maroni, a rilanciare la vecchia idea del Carroccio, la vigilanza dei volontari contro la criminalità.

Roberto Maroni (Ap)

MILANO

È questa la strada seguire?
«Sì. Ho visto con piacere e anche con un po’ di compiacimento che Cofferati ha istituito di fatto e legalizzato le ronde».

Serve una legge che dia ai Comuni la legittimità a costituirle?
«Ma no, non serve, le ronde sono già legali. Si fanno già da anni in diverse città. A Milano, per esempio, ci sono i City Angels».

I compiti di polizia non dovrebbero essere di competenza delle forze dell’ordine?
«Infatti le ronde non hanno poteri di polizia giudiziaria, ma di prevenzione ».

Non sono incostituzionali, come sostiene l’ex procuratore antimafia Pierluigi Vigna?
«Questi sono cavilli, ai quali antepongo la vita delle persone. Quando uno viene ammazzato, il problema non si risolve più».

C’è un’emergenza criminalità?
«Sì. Collegata all’immigrazione, spesso clandestina. Prodi ha perso le elezioni su questo e sulle tasse. Noi le abbiamo vinte sulla sicurezza e sul federalismo fiscale».

Amato dice che gli stupri sono diminuiti. E che i patti per la sicurezza nelle città funzionano.
«Ma sono aumentati gli altri reati. I patti non hanno funzionato bene dappertutto e sono insufficienti, anche se bisogna proseguire su questa via».

Che provvedimenti prenderà il governo Berlusconi sulla sicurezza?
«Più rigore contro l’immigrazione clandestina. Serve più pulizia e polizia ».

Non si rischia di esagerare?
«Non vogliamo militarizzare il territorio, ma controllarlo. Coinvolgendo le autonomie locali».

Cioè i sindaci.
«Ha visto il patto siglato dai primi cittadini a Parma? Ecco, quello è l’esempio migliore».

Ora c’è il fenomeno del sindaco- sceriffo di sinistra.
«Non ci sorprende, abbiamo sempre anticipato i tempi».

Fassino chiede il dialogo.
«E noi dialogheremo. Altri hanno interposto barriere ideologiche. Dandoci dei razzisti, degli xenofobi e dei baluba».

È pensabile che il testo sulla sicurezza venga condiviso anche dalla sinistra?
«La mia preoccupazione non è avere un ampio consenso, ma trovare le misure adeguate. Se la sinistra ci sta, bene. Altrimenti abbiamo i numeri per fare da soli».

La Bossi-Fini, si dice, funziona male. Discrimina gli immigrati che lavorano e non fa andare via i criminali.
«È un problema essenzialmente di applicazione. Bisogna attuarla con rigore, come la legge Biagi».

C’è chi invoca una Bossi-Bossi.
«No, la legge ha tutti gli strumenti adeguati per contrastare l’immigrazione clandestina. Semmai si può aggiornare con le novità intervenute dopo il varo».

L’ingresso dei romeni.
«Esatto. Bisogna trovare una soluzione per loro.
Con un provvedimento ad hoc, visto che sono comunitari ».

Lusetti vi accusa: avete aperto voi le frontiere dal 1˚ gennaio 2007 ai comunitari e quindi ai romeni, a differenza di altre nazioni.
«A Lusetti dico che la campagna elettorale è finita. Non ci venga a fare la morale».

Ma è vero o no che avete fatto entrare i romeni?
«È vero che successivamente alla loro entrata, Prodi non ha messo gli argini necessari. E ha fatto decadere due decreti sicurezza. È un governo che ha pasticciato, balbettando su questo tema e dando risposte emotive ».

Veltroni dice che per voi quando certi episodi accadono a Milano è colpa del governo, quando accadono a Roma, è colpa del sindaco.
«Non voglio infierire su uno sconfitto, ma Veltroni ha perso un’altra occasione per stare zitto. Diciamo che è sempre colpa del governo, ma sono situazioni diverse: in un’area degradata come quella dove è successo lo stupro a Roma, la responsabilità è dell’amministrazione».

Rutelli propone il braccialetto elettronico per le donne.
«Non gli crede nessuno. Alle donne i braccialetti piacciono, ma Rutelli poteva svegliarsi prima. Per due anni ha fatto tutto il contrario, ha approvato anche l’indulto. C’è anche un problema di credibilità».

Castelli dice che i carcerati sono pochi e devono aumentare.
«Ha ragione. Ma bisogna agire innanzitutto sul piano della prevenzione. E poi, certo, anche su quello della certezza della pena».

Alessandro Trocino
21 aprile 2008

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Il leader dell’Idv respinge la proposta del leghista Roberto Maroni

Di Pietro: «Le ronde? Incostituzionali»

«Un conto è segnalare alle autorità situazioni di pericolo, inaccettabile pensare che i cittadini si armino»

 

«È incostituzionale prevedere che la polizia privata si possa sostituire alle istituzioni pubbliche». Il leader dell’Idv Antonio Di Pietro commenta così, in una conferenza stampa improvvisata a Montecitorio, l’idea delle ronde di cittadini con finalità di prevenzione e sicurezza avanzata dal leghista Roberto Maroni in un’intervista al Corriere della Sera. «Poi – aggiunge – bisogna vedere cosa si intende per ronde. Se si intende che i cittadini possono segnalare alle Autorità situazioni di pericolo, bene, quello lo faccio anch’io. Ma se si intende invece che i cittadini possono imbracciare direttamente loro i fucili, allora il discorso cambia e diventa inaccettabile»

Antonio Di Pietro (Ansa)

MILANO –

LE CONTROPROPOSTE – Di Pietro ha poi rivendicato al suo partito il merito di aver sempre parlato di sicurezza e legalità: «Ma per questo – sottolinea – siamo stati chiamati in questi anni nei modi più spregiativi possibili, da “quello mi fa orrorèe”fino a definirci “giustizialisti e forcaioli”. Comunque, oggi è il tempo del fare e non del recriminare». Il ministro uscente delle Infrastrutture ha quindi fatto le sue proposte: «Noi chiediamo che si aumentino del 30 per cento le risorse finanziarie per le forze dell’ordine, che si aumenti del 30 per cento il personale che assiste i magistrati, che polizia e carabinieri ritornino sulle strade e non restino dietro una scrivania, che si riduca il processo da tre a due gradi, che si dia la possibilità di applicazione della pena in via anticipata dopo la sentenza di primo grado, e che si faccia in modo che chi delinque resti in galera e che ci sia certezza della pena, anche aumentando e migliorando il sistema carcerario». Infine, Di Pietro ha accusato «il centrodestra e la politica di Berlusconi di essere colpevoli dello sfacelo della giustizia».

21 aprile 2008

Se li conosci li eviti e Murdoch

Pubblicato: marzo 31, 2008 in articoli
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”Mandiamo più rompic… possibile nel prossimo Parlamento”

di Stefano Corradino

Due scenari possibili. Vince Berlusconi. E’ un replay della sua ultima legislatura? Altro scenario: vince Veltroni. Cosa cambia? Nella giustizia, nell’informazione. Sul conflitto di interessi, sulle leggi ad personam… Nulla di fatto come in passato? E un po’ di fantapolitica. Si propone il nome di Marco Travaglio a ministro della Giustizia: cosa faresti nei tuoi primi 100 giorni? “Premesso che non lo farebbero e io non lo accetterei mai… Comunque, stando al gioco… la prima cosa da fare è un testo unico di due righe che dica: con decorrenza da oggi sono abrogate: la Legge sul falso in bilancio, la Legge Mastella sull’ordinamento giudiziario, la Cirami, la Gasparri, la Legge Frattini sul conflitto di interessi…” In una lunga intervista Travaglio ci introduce al suo ultimo libro, scritto con Peter Gomez. Un godibile un vademecum per le imminenti elezioni.

“Se li conosci li eviti”. Nuovo libro (ediz. Chiarelettere) e nuovo tema. Alla vigilia delle elezioni chiami in causa i parlamentari (non tutti ricandidati) che si sono distinti nel bene e nel male per la loro attività legislativa e il loro curriculum penale. Più che un libro è un vademecum per gli elettori?
Per gli elettori, se lo leggono prima, per la prossima legislatura se lo leggono dopo. Perché con questa legge porcata, con cui andiamo a votare, abbiamo “la fortuna” di conoscere in anticipo i parlamentari che verranno eletti. Che bella sferzata di entusiasmo nel recarsi alle urne…! Ti fa sentire molto utile…

Quindi suggerisci di leggerlo prima del voto per meglio orientarsi…
Se uno gli dà un’occhiata prima e confronta le liste con certi nomi che abbiamo messo nel libro magari potrà scappare da certe liste. Se uno non vuole votare a scatola chiusa…  Visto che non possiamo punire alcuni personaggi che sono stati messi in lista almeno puniamo le liste…

Cosa distingue “Buoni” e “Cattivi” al di là delle vicende giudiziarie?
In realtà abbiamo cercato di essere molto buoni e di trovare venti parlamentari che avessero ben meritato. Abbiamo fatto più fatica a trovarne di buoni nel centro destra ma qualcuno c’è. Li abbiamo indicati (ovviamente tra i nostri “buoni” non ci sono i pregiudicati e nemmeno gli imputati). Abbiamo cercato di vedere chi si era battuto per alcuni temi che per noi sono particolarmente cari. Gente giovane e pulita come Giorgia Meloni di Alleanza Nazionale, gente meno giovane ma che ha fatto le battaglie sulla libertà di informazione come Giuseppe Giulietti e Tana e Zulueta, sulla legalità come Nando Dalla Chiesa, come Orazio Licandro, Elias Vacca, o Antonio Palomba, gente che si è battuta contro il privilegio dei parlamentari come Silvana Mura, gente che si è battuta contro i condannati a Parlamento; lo stesso Carlo Vizzini di Forza Italia ha fatto un battaglia contro la mafia e gli va riconosciuto.

E poi avete studiato alcune leggi che secondo voi sono state degli snodi fondamentali della legislatura.
E qui abbiamo analizzato i comportamenti dei deputati. Chi ha votato e come. Ad esempio sulla legge Mastella contro la stampa che pubblica gli atti giudiziari, e abbiamo indicato i famosi nove che non l’hanno votata; o sull’indulto… E poi siamo andati a fare le schede dei candidati. Data e luogo di nascita, titolo di studio, professione, segni particolari, soprannome. E poi la fedina penale e le assenze in Parlamento. Ed alcune frasi davvero memorabili…

Il sottotitolo del libro è “Raccomandati, riciclati, condannati, imputati, voltagabbana, fannulloni… nel nuovo Parlamento”. Sembrano i protagonisti di moderni gironi danteschi. Quali tra questi “titoli di merito” è più disdicevole, più umiliante per il nostro Paese?
Forse quella più umiliante è la categoria dei somari! Noi abbiamo mandato in Parlamento decine di persone che, letteralmente, non sanno quando è stata scoperta l’America, quando è stata unificata l’Italia. Che non sanno cos’è la Consob o chi è Nelson Mandela. Sono quelli che erano stati beccati da “le Iene”. E quindi grati a Sabrina Nobile  per aver fatto quel lavoro abbiamo voluto pubblicare le risposte di quegli sciagurati. Se ci affidiamo a gente che non sa nemmeno le nozioni basilari della cultura generale poi non ci dobbiamo meravigliare di nulla…

Il rapporto tra giustizia e politica. E’ il sistema giudiziario a non funzionare correttamente o il problema è politico nel non applicare le sentenze? Pensiamo alla vicenda di  Europa7…
La giustizia fa il suo corso, ma poi ci vorrebbe qualcuno che prende atto delle sentenze e dà loro esecuzione… Questo è il parlamento che per un anno e mezzo ha latitato prima di prendere atto che Previti non poteva più fare il senatore. E intanto per un anno e mezzo gli hanno dato lo stipendio.
Adesso abbiamo la sentenza di Europa7. Questa sentenza dice che dobbiamo dare le frequenze e i risarcimenti a Francesco Di Stefano ma intanto si continua a menare in can per l’aia. Si risponde vedremo… Aspettiamo il Consiglio di Stato, assegniamo di nuovo le frequenze, aspettiamo il digitale terrestre… Mentre la Corte di Giustizia europea ha detto che è proprio il concetto stesso di “fase transitoria” ad essere illegale e illegittima. Anche in questo caso chi ha fatto le battaglie pro legalità anche dal punto di vista delle frequenze televisive lo abbiamo voluto mettere in rilievo. E questo è l’unico antidoto al qualunquismo.

Due scenari a confronto. Il primo: cosa succede nei rapporti tra politica e giustizia, politica e informazione se vince il governo Berlusconi…
Se vince lui lo sappiamo già, perché lo abbiamo visto all’opera due volte. Per due volte ha occupato la Rai, e per due volte ha favorito Mediaset riempiendo la Rai di dirigenti, per giunta incapaci (ma molto servili)… Per due volte si è accanito contro chiunque osasse criticarlo (come se la libertà l’avessimo conquistata per applaudire e non per criticare…). Per due volte ha cercato di mandare via chi gli dava fastidio. La prima volta non c’è riuscito perché è durato sette mesi. La seconda sì perché è durato cinque anni. Penso quindi che quello berlusconiano, se vince, sarà un “quinquennio replay” rispetto al 2001-2006, ma un po’ “incattivito”. Forse non avrà, almeno al Senato, una maggioranza tale da renderlo sicuro. E quindi sarà molto più nervoso, molto più anziano e quindi darà vita ad un regime molto più incarognito di quello dell’altra volta.

Anche nei confronti delle trasmissioni televisive più “scomode”…
Certamente, sebbene ora i programmi da chiudere sono rimasti ben pochi. Mentre prima aveva un gran lavoro da fare adesso c’è veramente poco da censurare… Una volta che hai chiuso Anno Zero, la Gabanelli e Chi l’ha Visto credo che di danni non li potrebbe più ricevere da nessuna parte…

Scenario alternativo. Vince Veltroni. Stessa domanda. Cosa succede?
Se vince Veltroni lo scenario è più complicato, perché bisogna capire cosa sceglie l’uomo del “questo ma quello”. Quando lo vedremo all’opera riusciremo a capire se è un finto buono o se è un finto inciucista. Oppure se è un vero buono o un vero inciucista. C’è bisogno di molta determinazione per “deberlusconizzare” l’Italia.

La risoluzione del conflitto di interessi era uno dei cavalli di battaglia della precedente campagna elettorale. Tanto rumore per nulla…
Dicevano “faremo questo e quello” e poi su questo tema non hanno fatto effettivamente niente. Veltroni, che queste cose non le ha dette, mi auguro che una volta al governo le faccia. Visto che la precedente campagna elettorale era stata improntata alla promessa della risoluzione del conflitto di interessi e all’abolizione delle leggi vergogna (e poi non hanno abolito un bel niente) può anche darsi che una campagna elettorale senza alcun accenno al conflitto di interessi preluda ad un governo che, appena insediato, lo risolve subito. Questo nella migliore delle ipotesi.

Nella peggiore?
La peggiore è che si dia seguito a queste “menate” della fase costituente, dei tavoli per riscrivere le regole insieme, cioè per riportare Berlusconi nelle stanze del potere anche nel caso venga sconfitto alle urne. Abbiamo già dato… Abbiamo già visto le Bicamerale… Se lo facesse non sarebbe soltanto delinquenziale, sarebbe profondamente stupido.
Ecco perché  io mi auguro che intorno a lui ci siano delle “sentinelle”, una bella pattuglia di rompicoglioni in Parlamento che si battono proprio sui temi della legalità. Gente alla Giulietti, alla Pancho Pardi, alla Zaccaria, gente che morde sui temi importanti. Perché senza quelli lì il cosiddetto riformismo verrebbe lasciato solo: nel caso in cui vinca Veltroni a fare politiche filoberlusconiane: e nel caso in cui vinca Berlusconi a non fare un’opposizione antiberlusconiana. In entrambi i casi è meglio mandare in Parlamento più rompiballe possibili…

Agganciamoci al secondo scenario (vittoria di Veltroni) e facciamo un po’ di “fantapolitica”. Vince il centro sinistra e propone il nome di Marco Travaglio al Ministero alla Giustizia. Tu accetti. Cosa fai nei tuoi primi cento giorni.
Mi raccomando… Facciamo finta… Primo perché non me lo proporrebbero e poi perché io non accetterei mai. Comunque, stando al gioco… la prima cosa da fare è un testo unico di due righe che dica: con decorrenza da oggi sono abrogate: la Legge sul falso in bilancio, la ex Cirielli, la Legge Mastella sull’ordinamento giudiziario, la Legge Cirami sullo spostamento dei processi, la Legge sulle rogatorie, la Legge Gasparri sulle televisioni, la Legge Frattini sul conflitto di interessi. Secondo punto: la legge del 1957 sui concessionari pubblici è più che mai in vigore
e si applica al titolare delle imprese e non all’amministratore. Cioè è ineleggibile Berlusconi e non Confalonieri. Terzo: abrogazione della prescrizione dei reati penali dopo il rinvio a giudizio.

I processi in Italia hanno dei tempi biblici. Travaglio ministro come la risolverebbe?
Abolirei un grado di appello, per cui si fa un grado di giudizio sul merito delle questioni e poi uno di legittimità, esattamente come negli altri Paesi. Se uno ricorre in Cassazione e il suo ricorso è infondato multa salatissima per scoraggiare chi vuole far perdere tempo e soldi alla giustizia e alla collettività. Altra cosa: piano Marshall finanziario per riempire i buchi negli organici dei tribunali e delle procure civili e penali; e poi naturalmente i corollari: bisogna riscrivere il codice di procedura per cancellare tutta una serie di cavilli che consentono agli imputati colpevoli di “allungare il brodo” mentre vengono paralizzati gli innocenti presi per sbaglio, sotto il giogo della giustizia. Personalmente abrogherei anche la quota laica del Csm: è un organo di autogoverno e quindi deve essere formato interamente da magistrati e non da rappresentanti del Parlamento.

Probabilmente prima che tu faccia tutte queste cose ti avrebbero assassinato…
Molto probabilmente! E quindi è evidente che stiamo scherzando perchè con queste riforme la giustizia comincerebbe a funzionare e le sentenze ad arrivare in tempo. Il Parlamento si spopolerebbe e così i consigli di amministrazione dei tre quarti delle banche e delle imprese private e pubbliche italiane. Quindi è evidente che una riforma che faccia funzionare la giustizia, almeno tutta insieme, non ce la possiamo permettere…

Dismettiamo i panni da “ministro” e torniamo a quelli di Travaglio giornalista visto da sinistra a destra come un componente della categoria insolito (ma forse  l’aggettivo più ricorrente è “rompic…”) che fa troppe domande, che c’ha l’archivio…
Mi meraviglio tutte le volte che lo sento dire. Come se fosse strano fare le domande, avere l’archivio e dire le cose come stanno…  Io per fortuna vengo spesso interpellato da colleghi stranieri, costernati per quello che succede in Italia e mi rendo contro che loro intendono il giornalismo come lo intendo io, come lo intendete voi di Articolo21, come lo intende Peter Gomez, Barbacetto, Gian Antonio Stella, Lirio Abbate… Ce ne sono tanti. Siamo considerati dei “fuori norma” mentre all’estero, la norma, è quella!

Chiudiamo con la stretta attualità. Polemica sul confronto in tv tra i due principali contendenti. Veltroni lo persegue, Berlusconi non lo vuole.
Il faccia a faccia non è un diritto di veltroni: è un diritto degli elettori. Che un sedicente “grande comunicatore”, convinto di “stracciare qualunque avversario”, continui a scappare di fronte al suo avversario, la dice lunga sulla fragilità delle sue eventuali ragioni.

Mettiamo il caso che chiedessero a te di arbitrare il duello. La prima domanda che faresti ad entrambi, tanto per rompere il ghiaccio?
La paura di confrontarsi con le domande non è solo di Berlusconi. A Veltroni, se moderassi il confronto, infatti chiederei: perchè non sei mai voluto venire ad Annozero, preferendo il comodo salotto precotto di Vespa? Che cos’ha da nascondere? Ci sono domande a cui non vuole o non sa rispondere? A Berlusconi, negli anni, ho accumulato un centinaio di domande. La prima che mi viene in mente è questa: visto che, come ha detto l’altro giorno, lui è “l’editore più liberale della storia della carta stampata”, da Gutenberg in poi, che ne direbbe di restituire la Mondadori, visto che una sentenza definitiva della Cassazione ha stabilito che lui la possiede grazie a una sentenza comprata dal suo avvocato Cesare Previti pagando 400 milioni di lire di provenienza Fininvest al giudice Vittorio metta, poi assunto come avvocato nello studio Previti? Questo domanderei a Berlusconi per prima cosa. Così, tanto per rompere il ghiaccio…

corradino@articolo21.info



Un capitolo del libro “Se li conosci li eviti” di Peter Gomez e Marco Travaglio (ed Chiarelettere, 14,60 euro) gentilmente concesso dagli autori per i lettori di Articolo21

I buoni I-  Magnifici Venti della XV legislatura

Bindi Rosy (Pd). Ha sfidato Veltroni alle primarie, riportando un’ottima seconda piazza, ma soprattutto s’è opposta a tutti gli inciuci con Berlusconi, ha sostenuto il governo contro i tanti nemici (anche nell’Unione) di Prodi, ma soprattutto ha scritto insieme alla collega Pollastrini la legge sui Dico (sui diritti alle coppie conviventi, anche omosessuali) sfidando i fulmini del centrodestra e gli anatemi vaticani. Dimostrando che si può essere, coerentemente e contemporaneamente, laici e cattolici.

Colombo Furio (Pd). Ha difeso l’onore del Senato, vilipeso dai continui insulti scagliati dalla destra più becera contro i senatori a vita. Ha difeso il diritto a esistere, da troppi ancora messo in discussione. S’è opposto all’indulto e alla legge-bavaglio di Mastella sulle intercettazioni e il diritto di cronaca. Ha presentato un rigoroso disegno di legge sul conflitto d’interessi e sul sistema televisivo veramente liberale, in alternativa a quello inciucista del duo Franceschini- Violante.

Dalla Chiesa Nando (Pd). Come sottosegretario all’Università e alla Ricerca, ha svolto un lavoro oscuro ma meritorio sull’edilizia residenziale per gli studenti (18mila posti letto in più per i fuori sede), sulle accademie e i conservatori, e soprattutto ha inaugurato un progetto denominato «Ethicamente» per insegnare negli atenei l’etica pubblica e professionale. Intanto ha proseguito le sue battaglie per la legalità, contro mafie e corruzioni. Ciononostante, o forse proprio per questo, il Pd non l’ha ricandidato. Vergognosamente. M2_01_Se li conosci 12-03-2008 12:30 Pagina 21

De Zulueta Tana (Verdi). Promotrice, insieme ad artisti, giornalisti e intellettuali (Sabina Guzzanti in primis) della proposta di legge «Perunaltra tv», con lo scopo di liberare la Rai dal controllo dei partiti, s’è battuta con competenza ed eleganza tutte britanniche per la libertà d’informazione e contro il conflitto d’interessi, inascoltata anche nella sua coalizione. Ciononostante, o forse proprio per questo, l’Arcobaleno non l’ha ricandidata. Vergognosamente.

Giulietti Giuseppe (ex Ds, ora Idv). Ex segretario dell’Usigrai, veterano della Vigilanza Rai (che ha chiesto di abrogare), non ha mai smesso di difendere giornalisti, artisti e intellettuali minacciati di censura, di qualunque orientamento fossero e da qualunque parte provenissero le minacce. Animatore del sito Articolo21 insieme al presidente Federico Orlando, è un punto di riferimento per chiunque voglia liberare l’informazione dalle troppe mani sporche e lunghe che la controllano. S’è battuto, fra i pochissimi, per una legge sul conflitto d’interessi che prevedesse la ineleggibilità dei titolari di concessioni televisive. Il Pd, comprensibilmente, dopo aver nominato Marco Follini responsabile informazione, l’ha silurato. Per fortuna, Di Pietro gli ha messo a disposizione le sue liste per proseguire la battaglia nella prossima legislatura. Lui ha aperto la campagna elettorale con una visita a Europa7, l’emittente di Francesco Di Stefano che non può trasmettere perché derubata delle frequenze dal 1999: «Tutti vanno a rassicurare Mediaset – ha detto provocatoriamente –, io vado a rassicurare Europa7».

Guadagno Vladimir «Luxuria» (Prc). Entrata in Parlamento con la fama di drag queen e dunque trattata come un fenomeno da baraccone nel Paese più ipocrita del mondo, ha saputo farsi valere, evitando di fossilizzarsi sulla materia della diversità, ma combattendo, in Parlamento e in televisione, per i diritti di tutti, con una competenza che chi vive di pregiudizi non avrebbe mai sospettato, ma che molti hanno dovuto riconoscerle, tardivamente, anche negli ambienti più lontani da lei.

Licandro Orazio (Pdci). Autore, come vedremo più avanti, dell’emendamento alla legge istitutiva della commissione Antimafia per escluderne almeno i parlamentari condannati (ovviamente bocciato dalla Camera), si è battuto in commissione Affari costituzionali per inserire nella legge sul conflitto d’interessi il concetto di ineleggibilità per i titolari di concessioni tv (proposta ovviamente respinta non solo dalla Cdl, ma anche dal resto dell’Unione).

Meloni Giorgia (An). Leader di Azione Giovani, vicepresidente della Camera a ventinove anni, non ha scontato nemmeno per un giorno il prezzo della prevedibile inesperienza, presiedendo con fierezza e autorevolezza l’aula di Montecitorio. Non usa l’auto blu da ben prima che si cominciasse a parlare di «casta». Ha aperto le feste dei giovani di An anche a personaggi lontanissimi da loro. Ha presentato proposte di legge per i giovani e per incentivare la natalità. Si è battuta per l’autodeterminazione del Sahara occidentale. Ha saputo dire parecchi no ai vertici del suo partito. Ha dichiarato di aver iniziato a fare politica a quindici anni grazie a Mani Pulite e alla lezione di Paolo Borsellino: non accade di frequente, a quell’età e in quel partito. Una delle poche donne che esisterebbero in politica anche senza quote rosa.

Mura Silvana (Idv). Tesoriera dell’Italia dei valori, si è opposta praticamente da sola (insieme al radicale Fabrizio Turco) al tentativo dei segretari amministrativi di tutti gli altri partiti di ripristinare il finanziamento pubblico dei partiti, dichiarato o mascherato dietro fantomatiche «fondazioni», e alla fine li ha costretti a ritirare una legge già bell’e fatta, con l’accordo bipartisan di destra e sinistra, facendo infuriare il cassiere Ds Ugo Sposetti. Nemica di sperperi, aumenti di stipendio, arrotondamenti di indennità, privilegi assortiti, ha firmato insieme agli onorevoli Buonfiglio e Alemanno di An una proposta decisamente alternativa, per tagliare i parlamentari, i ministri e i relativi emolumenti.

Napoli Angela (An). È l’altra mosca bianca di An: piemontese ma residente ed eletta in Calabria, è sempre stata in prima fila nella lotta alla ’ndrangheta e al malcostume nella regione. Ha difeso il pm di Catanzaro Luigi De Magistris dagli attacchi sferratigli da destra e sinistra (anche da An), pur se De Magistris l’aveva inquisita (e poi fatta archiviare) in un’inchiesta di qualche anno fa. Ha chiesto per prima le dimissioni di Totò Cuffaro, quando fu rinviato a giudizio e quando molti, anche a sinistra, facevano finta di nulla. Ha aderito alla proposta del Centro Lazzati di Lamezia Terme, animato dal giudice di Cassazione Romano De Grazia, che punta a togliere la possibilità di fare campagna elettorale ai presunti mafiosi sottoposti a misure di prevenzione.

Palomba Antonio (Idv). Magistrato in aspettativa, è uno dei pochi ex giudici che non hanno perso il senso dell’orientamento una volta entrati in Parlamento. Nella giunta per le elezioni della Camera, ha tenuto dritta la barra della legalità contro i continui assalti dei colleghi di destra e di sinistra per assicurare l’impunità ai membri della casta toccati da procedimenti giudiziari. E quasi sempre ha votato a favore dell’autorizzazione all’arresto e all’uso delle intercettazioni a carico di parlamentari. Particolarmente preziosa la sua opera in occasione del dibattito sulle telefonate inoltrate dal gip Clementina Forleo sulle scalate bancarie del 2005.

Prodi Romano (Pd). Ha sbagliato molto, a partire da quando non capitalizzò i 4 milioni e mezzo di voti delle primarie del 2005 facendo una sua lista e rinunciò a coprirsi le spalle dagli agguati dei presunti «alleati». Per proseguire con la scelta sciagurata di nominare Mastella ministro della Giustizia e di cedere alle pressioni dei partiti che gli imposero un governo di 102 fra ministri, vice-ministri e sottosegretari. Ma, grazie anche a Padoa Schioppa e Visco, ha avviato una seria lotta all’evasione fiscale e ha rimesso in ordine i conti dello Stato facendo revocare la procedura d’infrazione europea aperta contro l’Italia grazie allo sfascio berlusconiano. Poi, battuto in Parlamento, ha evitato compromessi al ribasso ed è uscito elegantemente di scena. Finora è l’unico leader del centrosinistra ad aver sconfitto (due volte su due) Berlusconi. Ci mancherà.

Rame Franca (ex Idv, poi Gruppo misto). Ha vissuto la sua esperienza in Senato come una missione, lottando come una leonessa per i princìpi in cui crede. S’è opposta all’indulto extra-large, ha avviato una campagna contro i privilegi della casta e gli sperperi della spesa pubblica. Ha partecipato alle manifestazioni contro la base Usa di Vicenza, contro il Tav in Valsusa e in difesa della libertà d’informazione. Ha preso a cuore – fra i pochissimi – il dramma dei soldati colpiti da tumore per l’uranio impoverito nelle missioni di guerra. Di Pietro l’avrebbe rivoluta in lista, ma lei, stanca e delusa, ha declinato. Peccato. Le dobbiamo tutti un grazie.

Salvi Cesare (ex Ds, ora Sinistra arcobaleno). È riuscito a far dimenticare il suo passato dalemiano e bicamerale con una campagna contro gli sprechi della casta (denunciati per primo nel libro I costi della democrazia, scritto a quattro mani con Villone, vedi sotto). Ha difeso i magistrati attaccati anche dai compagni, come De Magistris e la Forleo. Ha chiesto, insieme a Fabio Mussi, lo scioglimento delle giunte screditate e inquisite della Calabria, della Campania e della Sicilia. È stato fra i primi a scoprire gli effetti devastanti del famigerato «comma Fuda», che di fatto assicurava la prescrizione a tutti i reati contabili dinanzi alla Corte dei conti, poi cancellato in tutta fretta dal governo.

Sodano Tommaso (Prc). In controtendenza con il suo partito, Rifondazione comunista, troppo portato alle battaglie parolaie e inconcludenti, ha presieduto con competenza e rigore la commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti in Campania, che già nella scorsa legislatura portò alla luce il ruolo ambiguo dell’Impregilo e del commissariato straordinario, presieduto anche da Antonio Bassolino, segnalando alla Procura di Napoli i reati per i quali, di recente, si è giunti a una trentina di rinvii a giudizio. Averne, di comunisti così preparati e rigorosi.

Tabacci Bruno (Rosa bianca). Nel 2005 è stato fra i pochi (anzi fra gli unici, nel centrodestra) a opporsi alle manovre del governatore di Bankitalia Antonio Fazio e ai tanti sponsor dei furbetti del quartierino, respingendo ogni tentativo di avvicinamento per ammorbidire la sua posizione sulla legge sul risparmio e sul mandato a termine del governatore. Critico da sempre sul conflitto d’interessi di Berlusconi, ne ha contestato la leadership, fino al punto di abbandonare l’Udc, mesi prima che Casini e il suo partito rompessero con la dittatura berlusconiana.

Vacca Elias (Pdci). Insieme al suo corregionale Palomba (sardo come lui), questo giovane avvocato alla prima esperienza parlamentare è stato un punto di riferimento nella giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera, opponendosi a tutti i tentativi di impunità della casta. A volte votava a favore delle autorizzazioni, a volte contro, ma senza mai guardare in faccia «amici» e «nemici»: sempre secondo la legge e la coscienza. È stato relatore della pratica D’Alema a proposito della richiesta del gip Forleo sulle intercettazioni Unipol e, contro ogni pressione diessina, ha messo nero su bianco che il vicepremier non godeva di alcuna particolare immunità europea. Dunque i giudici di Milano potevano procedere senza chiedere alcun permesso a Strasburgo.

Villone Massimo (ex Ds, ora Sinistra arcobaleno). In tandem con Cesare Salvi, ha anticipato le denunce contro i privilegi e gli sprechi della casta politica, calcolando, nel libro scritto a quattro mani con il suo collega, che ormai, in Italia, vivono di politica 400mila persone, che costano alla collettività circa 4 miliardi all’anno. Anche lui ha chiesto le dimissioni dei governatori inquisiti del Sud, cioè Cuffaro, Bassolino e Loiero, e lo scioglimento delle rispettive giunte regionali.

Vizzini Carlo (FI). I lettori troveranno il suo nome anche nella lista degli impresentabili, a causa di una vecchia prescrizione per un pezzo della maxitangente Enimont. Ma, dopo quel brutto episodio di 18 anni fa, Vizzini s’è un po’ riscattato: da anni propone, unico in Forza Italia, la cacciata dal partito di tutti i personaggi collusi o chiacchierati. Sua la proposta, poi fatta propria dalla commissione Antimafia (di cui fa parte), di un codice di autoregolamentazione dei partiti per escludere dalle liste i condannati almeno nelle elezioni amministrative. Non è moltissimo, ma in Forza Italia Vizzini è un mezzo rivoluzionario.

Zaccaria Roberto (Pd). Già presidente della migliore Rai degli ultimi vent’anni, è stato uno dei più fieri avversari della controriforma costituzionale della Cdl, poi bocciata nel referendum del 2006, ma verso la quale molti anche nel centrosinistra manifestavano più di un’indulgenza. E, dichiarando in aula il proprio dissenso di costituzionalista, è stato uno dei pochissimi deputati ad astenersi, sulla legge Mastella che mirava a imbavagliare i giornalisti, impedendo loro di raccontare intercettazioni e atti di indagine. Approvata da una vastissima maggioranza bipartisan, si è poi fortunatamente arenata in Senato.



No al bavaglio Mastella

Il 17 aprile 2007, la Camera dei deputati vota sulla legge Mastella, sostenuta da tutti i gruppi parlamentari, nessuno escluso, per proibire ai giornalisti di pubblicare o anche soltanto raccontare per «riassunto» e nel «contenuto» intercettazioni e atti d’indagine (non quelli top secret, già proibiti, ma quelli non più coperti da segreto investigativo perché depositati alle parti) fino al termine dell’udienza preliminare, o – per il fascicolo del pm – addirittura fino alla sentenza di appello. I Sì sono 447, i No nessuno, gli astenuti e i non partecipanti al voto per espresso dissenso con la legge o con le sue parti più liberticide sono 9: Giuseppe Caldarola, Giuseppe Giulietti, Franco Grillini, Marisa Nicchi (Ds) Salvatore Cannavò (Prc) Enzo Carra, Roberto Zaccaria (Margherita) Tana de Zulueta, Roberto Poletti (Verdi).



Lista Libera Stampa

Ferdinando Adornato (FI): «Montanelli? È moderato immaginario pluridecorato al valor giornalistico con licenza di straparlare» («il Giornale», 29 marzo 2001).

Massimo Baldini (FI): «Il Fatto di Enzo Biagi si può eliminare: non serve a niente» (Ansa, 3 ottobre 2001 ).

Silvio Berlusconi (FI): «Il mio genio imprenditoriale l’ho utilizzato spendendo un mucchio di miliardi perché lui [Montanelli, nda] potesse scrivere sul “Giornale” quel che voleva. Ora lui spenda per me il suo genio polemico, scrivendo contro Scalfari e altri quel che può essere utile anche a me» (In una telefonata con Federico Orlando del 1993, riportata in Il sabato andavamo ad Arcore). «Quella di Biagi, Santoro e della Rai di Zaccaria è stato un attentato alla democrazia: mi hanno fatto perdere 17 punti in campagna elettorale» (Vertice internazionale di Caceres, Spagna, Ansa, 9 febbraio 2002). «In questi giorni la Rai ha cambiato i responsabili dei tg e delle reti. Tornerà finalmente a essere una tv pubblica, cioè di tutti, cioè oggettiva, cioè non partitica, cioè non faziosa come è stata con l’occupazione manu militari da parte della sinistra. L’uso che i Biagi, i Santoro e i… come si chiama quello là… ah sì, Luttazzi, hanno fatto della televisione pubblica, pagata con i soldi di tutti, è stato criminoso. Preciso dovere della nuova dirigenza Rai è di non permettere più che questo avvenga» (conferenza stampa a Sofia, 18 aprile 2002). «Sulle intercettazioni telefoniche introdurremo pene severe: cinque anni per chi le diffonde, e due milioni di euro di multa per gli editori che le pubblicheranno» (Ansa, 17 gennaio 2008). «Mi sono battuto perché Biagi non lasciasse la televisione, ma alla fine prevalse in Biagi il desiderio di poter essere liquidato con un compenso molto elevato» (Ansa, 18 febbraio 2008).

Michele Bonatesta (An): «Come volevasi dimostrare, nessuno ha fatto il favore alla sinistra di far fuori Enzo Biagi dalla Rai. Presentandosi come martire della libertà e del pluralismo dell’informazione nell’era del tiranno Berlusconi, egli si è assicurato l’intangibilità nei secoli dei secoli. Anche se gli italiani avrebbero dormito pure se Biagi non avesse più lavorato in Rai. E ora che Biagi non è stato epurato e che la tv pubblica non ha obbedito ai “diktat bulgari” di Berlusconi, come direbbero Giulietti o Falomi, di cosa parlerà l’opposizione? Come farà a liberare il cavallo di viale Mazzini? Vediamo una paurosa penuria di argomenti non propagandistici» (Ansa, 30 ottobre 2002).

Roberto Calderoli (Lega Nord): «Biagi e Santoro fanno le verginelle candide e rispondono a Berlusconi parlando di intimidazione del potere. Ma i veri potenti sono stati proprio loro per anni, dando vita a trasmissioni faziose, schierate dalla parte della sinistra contro la Lega e il Polo, senza dare diritto di replica e addirittura preparando trappoloni incresciosi, come avvenne nella puntata dedicata a Marcello Dell’Utri. Biagi sottolinea che dovrà essere il Cda a licenziarlo e non il premier. Per fortuna il contratto di Biagi è in scadenza e sarà sufficiente ai vertici Rai non rinnovarglielo» (Ansa, 19 aprile 2002).

Roberto Castelli (Lega Nord): «Qui ormai siamo alla commedia. Mi spiace che persone come Biagi abbiano venduto se stesse a una parte politica» (Ansa, 27 marzo 2001).

Massimo D’Alema (Ds): «Voi parlate di tremila euro, di cinquemila euro: ma li dobbiamo chiudere, quei giornali (che pubblicano atti di indagine, nda)… Ci sono stati episodi scandalosi in cui materiale senza nessuna attinenza con l’inchiesta è andato a finire sui giornali. E anch’io ne sono stato vittima » («la Repubblica», 29 luglio 2007).

Carlo Giovanardi (Udc): «Enzo Biagi ha 84 anni, leggo che il sindaco di Bologna gli ha offerto un incarico. Credo sia benestante, non mi sembra che sia discriminato. Francamente mi preoccuperei di più di quei tanti giornalisti di 20-30 anni che trovano le porte delle redazioni chiuse o non riescono a lavorare. Io credo che ci sia bisogno di professionalità nuove e non mi sembra straordinario che a quell’età siano state interrotte delle forme di collaborazione per far posto a professionalità più giovani» (Ansa, 18 agosto 2004).

Giorgio Lainati (FI): «Le parole di Biagi sono frutto di una incredibile carica di odio e livore personale che porta quello che è stato un autorevole e prestigioso giornalista italiano a manifestare un assoluto e irreversibile disprezzo per il capo del governo del proprio Paese» (Ansa, 5 giugno 2005).

Giuliano Ferrara: «Caro Biagi, non faccia il martire, ci risparmi la solita sceneggiata (…). Lei ha fatto campagna elettorale con i quattrini di tutti, anche degli elettori del centrodestra (…). Quando si sparge l’incenso conformista lei è sempre il primo. Spostare Il Fatto in un altro orario non sarà come violare una vergine o sgozzare un agnello sull’altare dell’informazione» (Giuliano Ferrara, lettera aperta a Enzo Biagi su «Panorama», 1° febbraio 2002). «Biagi è un mostro sacro degli affari suoi e un ipocrita» («Il Foglio », 23 maggio 2002).

Maurizio Gasparri (An): «Montanelli è stato un uomo sempre dalla parte di chi comandava: fascista durante il fascismo, antifasci- sta appena in tempo quando il regime stava cadendo, mantenuto da Berlusconi, adesso sta con la sinistra» (Ansa, 25 marzo 2001). Gasparri inserisce poi Enzo Biagi in una lista di personaggi «faziosi » dettata da lui e da altri esponenti del Polo al giornalista Daniele Vimercati nel programma Iceberg, su Telelombardia, il 26 marzo 2001. La lista di proscrizione comprende anche Santoro, Luttazzi e il Tg3 in blocco.

Giancarlo Gentilini (Lega Nord): «Gli alberi quando invecchiano si seccano e perdono il colore, vivacchiano. Montanelli è uno così. Il 13 maggio mi auguro di mandarli tutti in esilio, quelli del centrosinistra. Conquisteremo Roma per la seconda volta. Sarà una marcia su Roma» (31 marzo 2001).

Paolo Guzzanti (FI): «È così imbarazzante quest’odio personale di quest’uomo dalla penna facile e dalla vita lunga [Montanelli, nda] che si comporta come quei giovanotti della Belle époque che, avendo dissipato il patrimonio al casinò, dedicavano poi la loro vita a distruggere o deridere quella di chi li aveva sostenuti. E non parliamo di patrimoni di denaro, ma morali» («il Giornale», 16 febbraio 2001).

Agostino Saccà (FI): «La Rai depreca il fatto che un collaboratore autorevole dell’azienda come Enzo Biagi usi espressioni e toni offensivi nei confronti di un giornalista, quale Fabrizio Del Noce, stimato da sempre per la sua indiscussa attività professionale e che ora è stato chiamato dal consiglio di amministrazione, su proposta del direttore generale, a dirigere una delle più importanti strutture editoriali dell’azienda stessa. Il presidente e il direttore generale esprimono solidarietà al direttore di Rai1 Fabrizio Del Noce, confermandogli la stima e la fiducia da sempre riposta in lui» (24 maggio 2002).

Claudio Scajola (FI): «Montanelli fa il critico di Berlusconi per motivi di senilità» (Ansa, 22 aprile 2001).

Walter Veltroni (Pd): «Il divieto assoluto di pubblicare tutta la documentazione relativa alle intercettazioni e delle richieste e delle ordinanze emesse in materia di misura cautelare fino al termine dell’udienza preliminare e delle indagine serve a tutelare i diritti fondamentali del cittadino e le stesse indagini» (Ansa, 16 febbraio 2008).

31/03/2008 – Letto 1804 volte

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POLITICA ESTERA

Il crack dei mutui Usa e i pericoli dell’informazione economica in mano a Murdoch

di Salamandra

All’apparenza sono due fenomeni non strettamente collegati tra loro. Ma in realtà la crisi dei mutui immobiliari, che sta facendo crollare il mercato azionario statunitense, portando con sé nella rovinosa scia le borse europee, è anche in parte frutto della cattiva e asservita stampa economica internazionale.

I pericoli dell’uso dissennato dei cosiddetti “derivati” o “titoli spazzatura” da parte delle banche, fondi d’investimento e fondi pensionistici integrativi, erano stati denunciati da pochi ed inascoltati analisti indipendenti. Mentre sulle televisioni di mezzo mondo ( dai canali specialistici satellitari come CNBC, Bloomberg TV, CNN e FOX TV) si è dato credito a queste nuove e più redditizie forme di investimento speculativo, anziché analizzare obiettivamente il tipo di prodotto finanziario.

Ebbene, in questi giorni le Banche centrali utilizzano le loro riserve (danaro pubblico) per sostenere la liquidità delle principali banche private, rimaste imprigionate nella rete dell’insolvibilità dei mutui immobiliari.

Certo, si tratta di danaro impiegato a tempo, ma a tassi di interessi vantaggioso. E pur sempre è un intervento pubblico (ad opera della Federal Bank Usa e della BCE europea) che la dice lunga sul perverso rapporto, da una parte, tra economia rampante di mercato, senza regole e con il “dio speculazione” come imperativo dominante e, dall’altra parte, sul ruolo di regolatore degli stati, sempre più ridotti a “mute pagatori” che devono intervenire solo se i mercati irrazionali distruggono ricchezze.

Siamo, insomma, in balia di una crisi profonda del capitalismo post-keynesiano, aggravata dalla globalizzazione dei mercati e delle informazioni via internet, dalla caduta delle ideologie e, quindi, dalla permeabilità dei mercati nazionali, anche quelli protetti, ex-comunisti, di recente approdo ai sistemi borsistici internazionali.

Non ci sono difese reali, se non la “moral suasion” delle grandi Banche centrali e degli istituti sopranazionali, come Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale. Non esistono, purtroppo, istituzioni pubbliche che possano regolare con severità gli andamenti dei mercati speculativi finanziari, comminando sanzioni, chiudendo società finanziarie e banche troppo ingorde; riportando insomma la libera circolazione dei beni immateriali, quali sono gli investimenti finanziari tipici ed atipici, sul binario del lecito e del legale.

Si lascia andare tutto sulla scia del “business is business”, sul fatto che i mercati di per sé si autoregolano e che la “moneta cattiva” alla fine viene scacciata da quella buona. Ma non è così nella realtà!

Oggi, infatti, viviamo con una economia schizofrenica, che si muove su due piani divaricanti che si allontano sempre più tra di loro. Da una parte, l’economia finanziaria che “gioca”  attraverso le Borse di tutto il mondo in tempo reale utilizzando qualsiasi tipo di strumento di azzardo. Manca solo che si inventino titoli atipici sui tempi di laurea dei propri figli, una volta richiesti alle banche un mutuo di sostegno ai loro studi universitari!

Immense ricchezze, provenienti dai risparmi della gente che lavora o è in pensione ( e quindi danaro vero, reale!), vengono trasferite in prodotti altamente specializzati e a rischio incredibile. Cioè si “gioca” sui derivati e gli atipici, come se si stesse scommettendo alle corse dei cavalli o dei cani. A nulla valgono i dati reali che “sottostanno”, come si dice tecnicamente, a questi titoli  e investimenti “spazzatura”: si tratti di immobili comprati dai risparmiatori per abitarci o per investirci i propri soldi, magari delle liquidazioni, oppure dei fondi pensionistici integrativi ( un pericolo che ora anche in Italia dovrà essere affrontato con regole e controlli più severi, dopo l’avvio della legge!).

Sull’altro piano inclinato scivola l’economia concreta, che gli stessi attori finanziari snobbano sempre più, perché rende di meno e in tempi troppo lunghi. Ma anche perché occorre fare i conti con la concorrenza globalizzata, impiegare capitali nell’innovazione tecnologica e di prodotto, investire nei processi di produzione, commercio, marketing e, soprattutto, avere a che fare con la variabile umana, con coloro che lavorano nelle imprese a vari livelli.

Questo tipo di economia, che poi in realtà è quella che ci fa lavorare, vivere, guadagnare stipendi, spendere in beni di consumo, pagare le tasse e relazionare con il resto del mondo, questa economia reale non piace proprio più. E’ troppo complessa e quasi demodèe.

Eppure i capitalisti  proprietari delle imprese sono in gran parte gli stessi che partecipano agli utili delle società finanziarie e delle banche! Ma qui sta la schizofrenia che corrode dall’interno il mondo capitalistico post-moderno.

Se non si corre ai ripari subito, il crack finanziario si trasformerà in dura recessione economica. Altro che 1929 o la crisi petrolifera degli anni Settanta, o quella della “bolla speculativa” della New Economy e del dopo 11 Settembre 2001!

Come analisi della crisi che stiamo vivendo ci sembrano utili i contributi apparsi sulle pagine di Repubblica nei giorni scorsi  a cura di Massimo Riva su Repubblica e del Premio Nobel per l’economia Joseph E. Stiglitz, oltre all’editoriale “domenicale” di Eugenio Scalfari . Purtroppo mancano le proposte, perché significherebbe dare delle indicazioni che necessariamente superano le “ricette” del liberismo economico-politico, su cui si reggono attualmente sia i governi di centro-destra, sia quelli di centro-sinistra.

L’abolizione delle ideologie ha di certo aperto gli occhi a tutto il mondo, ha portato forme di libertà e democrazia mai conosciute finora, ma ha anche impoverito l’idealità, la progettualità politica cosiddetta “alta”. Ci vuole più stato regolatore, solidaristico e investitore per un’economia eco-compatibile, sostenibile anche ecologicamente, nel senso più ampio del termine. Ci vogliono istituzioni sopranazionali che intervengano anche con sanzioni sulle storture dei mercati, senza far perdere danaro pubblico alle banche centrali. Sono necessarie politiche di investimento nelle infrastrutture “leggere”, non invasive dei territori, e di sviluppo di forme di occupazione per “campagne” di interesse pubblico anche sopranazionale a tempo determinato( sulla falsariga di quanto fece Roosvelt con il suo New Deal, ma a livello federale americano).

Per fare questo però, occorre anche indirizzare le coscienze verso un’economia ed una finanza “disintossicate” dalle false  sirene che spopolano sui giornali e sulle televisioni, soprattutto sui media specializzati.

Fa un certo senso, allora, leggere, quella specie di panegirico apparso l’11 agosto scorso sull’autorevole Corriere della Sera a firma di Alastair Campbell (ex- consigliere del premier britannico, laburista, Tony Blair dal 1994 al 2003)  dal titolo davvero imbarazzante: “Non bisogna avere paura di Murdoch”.

Ma come! Proprio mentre l’economia e la finanza mondiale, ormai in stato di crisi latente da alcuni anni, dovrebbero avere una giornalismo, dei “cani da guardia” liberi, indipendenti e professionali, ecco che l’uomo più potente dei media, il più furbo e col maggior  senso degli affari del globo, acquista la “Bibbia” dell’informazione economica  il “Wall Street Journal”, controlla tv, giornali e società di produzione cinematografiche di tutto il mondo, Cina e Asia comprese, e  proprio ora questo “signorotto inglese” ci ammonisce a non accanirci proprio contro “lo squalo australiano”!?!

Abbiamo capito come mai il New Labour sia alla fine diventato solo una macchina propagandistica per sostenere le elezioni di Blair, tanto da guadagnarsi l’appoggio pubblico e determinante proprio dei media di Murdoch. Come la politica di Blair sia stata, in estrema sintesi, una prosecuzione di quella conservatrice della Thatcher!

Per questo, però, anche nel campo dei media, della libera circolazione delle informazioni, è necessario che gli stati diano vita ad altre istituzioni sopranazionali in grado di intervenire con regole antitrust  a tutela dei cittadini-elettori-risparmiatori, del pluralismo informativo e dell’innovazione tecnologica mediale, che allarghi le forme del sapere e della conoscenza.

Da qui si può ripartire, per superare la crisi del capitalismo schizofrenico e poggiare le basi per una società più equa, solidaristica, libera nell a trasmissione delle informazioni e realmente democratica

18/08/2007 – Letto 5517 volte

 

Insulti all’intelligenza

Pubblicato: marzo 13, 2008 in articoli
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Berlusconi: “Contro la precarietà?
Sposare un milionario”

ROMA – La ricetta di Silvio Berlusconi contro la precarietà? Sposarsi un ricco. La battuta, cui il leader del Pdl non ha saputo resistere, era diretta ad una studentessa che ieri nel corso del programma “Punto di Vista” del Tg2 gli chiedeva come fosse possibile per le coppie giovani mettere su famiglia senza la sicurezza di un posto, e un reddito, fisso.

“Io, da padre – ha risposto Berlusconi sorridendo – le consiglio di cercare di sposare il figlio di Berlusconi o qualcun altro del genere; e credo che, con il suo sorriso, se lo può certamente permettere”. Poi, ha elencato le proposte contenute nel programma del Pdl per aiutare i giovani, dalle agevolazioni sui mutui al piano-casa.

All’obiezione del conduttore della trasmissione, Maurizio Martinelli, che “di figli di Berlusconi in giro ce ne sono pochi” il Cavaliere, sempre sorridente, ha insistito: “Se dovessi dire qual è il consiglio più valido, penso sia quello che le ho dato all’inizio…”

(13 marzo 2008)

ROMA — Roberto Saviano è ancora un ragazzo. E ogni tanto riesce anche a sorridere, con le labbra che si tendono su una faccia sempre più tesa, sempre più pallida. Quando racconta della presentazione di Gomorra ad Helsinki, con lo speaker che lo introduce come «Roberto Soprano», e i finlandesi che sono lì soltanto per via della serie televisiva americana, riesce pure a ridere di «loro». Li chiama così, «loro». I suoi nemici. Come se fosse una questione personale, tra lui e i mafiosi di Casal di Principe che lo hanno costretto ad una vita infame, da animale braccato.

Quella di Saviano è una storia di paradossi. Con il suo libro ha avuto fama, celebrità, il traguardo del milione di copie vendute tagliato in questi giorni. Con il suo libro ha perso il resto, la libertà personale, la possibilità di vedere il mondo con i propri occhi. «È come se mi sentissi sempre in colpa» sintetizza così il suo stato d’animo, come se qualcuno andasse da sua madre a chiedere «cosa ha fatto tuo figlio?» Ad un certo punto, Saviano si era anche convinto che in Italia ci fosse qualcuno disposto a condividere la sua ossessione.

Da Walter Veltroni alla Sinistra Arcobaleno, passando per il Popolo della Libertà, sponda An, tutti hanno cercato l’autore di Gomorra, blandendolo con la lotta al potere mafioso. «Ma non è il mio mestiere. Non si può parlare di mafia ad una sola parte politica. È un argomento sul quale non ci si può permettere di essere partigiani. La mia responsabilità è la parola ». Chi è stato il più insistente? «Quando Veltroni mi ha chiamato nel suo ufficio al Campidoglio, abbiamo parlato a lungo di mafia e appalti. Mi disse che quello sarebbe stato uno dei primi punti della sua agenda». Promessa mantenuta? «Non mi sembra. Ma il Pd è in buona compagnia. Purtroppo, la lotta alla mafia è la grande assente di questa campagna elettorale, a sinistra come a destra». Altri pretendenti? «Fausto Bertinotti mi ha fatto arrivare una proposta tramite l’assessore regionale campano Corrado Gabriele. Io ho molto apprezzato il lavoro di Forgione alla commissione antimafia, ma credo che anche la sinistra debba fare outing, e ammettere di non essere stata così rigorosa nell’allontanare gli affaristi collusi con la mafia». Avanti con l’elenco delle avances. «Alleanza nazionale mi ha mandato messaggi di apprezzamento. Persino l’Udeur prima che si dissolvesse». Destra, sinistra, centro. «Io sono cresciuto in una terra dove Pci e Msi stavano dalla stessa parte, contro la camorra. E vorrei tanto che il centrodestra riprendesse i valori dell’antimafia, quelli che aveva Giorgio Almirante e che avevano ispirato Paolo Borsellino. Li vedo trascurati, nonostante una base che al Sud ha voglia di sentirli affermare».

A sentirla, non sembra che il Pd sia molto più attivo. «Affatto. Anzi, a Veltroni ho detto che a mio parere anche il centrosinistra ha commesso molti errori in questi anni». Il più grande? «L’intellighenzia di sinistra dà sempre per scontato che la mafia stia dal-l’altra parte. Il complesso di superiorità applicato alla criminalità organizzata. Credersi immune dalle infiltrazioni, pensare che questo sia sempre e solo un problema degli altri. Le dico di più: spero che il Pd riesca a non aver paura di perdere le elezioni pur di cambiare. Solo così potrà davvero vincere». Dove vuole arrivare? «Spero che non abbia paura di parlare del voto di scambio, di denunciarlo. Fino ad ora non lo ha fatto nessuno. Ed è il voto di scambio che determinerà l’esito delle prossime elezioni. Si vince o si perde nei piccoli paesi, dove il clientelismo è l’unica moneta corrente. Si vincono le elezioni per bollette pagate, cellulari regalati, di questo bisogna parlare. La vera sfida sarebbe quella di non svendere il voto. E alzare la voce, denunciare». E invece? «Il grande silenzio. La mafia è la più grande azienda italiana, il suo giro d’affari è il triplo di quello della Fiat. È innaturale che non se ne parli in campagna elettorale. Ma è così. Al massimo qualche cosa simbolica, una celebrazione, qualche commemorazione. Una rimozione bipartisan».

Si è chiesto il perché? «È un tema pericoloso sul piano della comunicazione. Se qualcuno parla di mafia, molta gente pensa che si stia occupando soltanto di una parte ben circoscritta del Paese, che si interessi di cose ai margini, lontane. Nessuno è riuscito a far passare l’idea che la mafia sia qualcosa che riguarda anche Milano, Parma, Roma, Torino. È tornata ad essere un fatto esotico, lontano, noioso». «Non valete niente». Era il 23 settembre 2006 quando sfidò i boss di Casal di Principe a casa loro. Lo rifarebbe? «A vedermi da fuori, come se non fossi stato io, lo rifarei. Ma sarei falso se non dicessi che con quel gesto ho distrutto la mia vita. Mi è diventato impossibile vedere il mondo, confrontarmi con altre persone, poter sbagliare. Sono diventato un simbolo, ma in cambio ho perso tutto». Quando ha scritto Gomorra, cosa si aspettava? «Confesso l’ambizione. Volevo fare un libro che davvero cambiasse le cose. All’inizio, la camorra lo ignorò. I miei problemi cominciarono verso le centomila copie. La gente pensa che io sono come Salman Rushdie, colpito da una fatwa della camorra. Ma non è così. Lui rischia per quel che scrive, io perché mi leggono. Non è Saviano ad essere pericoloso, ma Gomorra e i suoi lettori».

Il disinteresse della politica rende più difficile la sua situazione? «Acuisce la solitudine, questo sì. Gomorra ha fatto sì che la letteratura diventasse un problema per la mafia. Parlarne è un modo per fermarli. Perché la politica non fa lo stesso? È come se questo paese non accettasse di essere raccontato così. Ma è il silenzio che ci distrugge». Se pensa al suo futuro, cosa immagina? «Spero di riavere la mia libertà, un giorno. Come un ragazzino, immagino di aprire la porta e poter camminare in strada, da solo. Ma è solo un sogno». E la realtà? «Me la faranno pagare. Troveranno un modo per colpirmi. Prima con la diffamazione, diranno che è tutto falso, l’operazione di un ragazzotto assetato di visibilità. Poi chissà. È l’unica certezza che ho».

Marco Imarisio
13 marzo 2008

politica internazionale

Pubblicato: marzo 12, 2008 in articoli
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Pericolose svolte nella politica italiana e mondiale – 10-3-08

(787 letture)

di Giorgio Bongiovanni, Megachip

Chi comanda veramente il pianeta? Il potere non è nelle mani dei politici.
da La Stampa, 29 febbraio 2008 “La crescita del pil scende allo 0,6%, i disoccupati aumentano e il greggio sfiora i 103 dollari (…)” “Non siamo in recessione – ha dichiarato il presidente Bush durante una imprevista conferenza stampa nel tentativo di rassicurare il Paese scommettendo sull’impatto positivo degli incentivi economici appena varati.- bisogna dare il tempo agli assegni di arrivare nelle case”.

“Quando alla Casa Bianca la conferenza stampa è terminata, a Capitol Hill Ben Bernanke, presidente della Fed (Federal Reserve), era ancora di fronte ai senatori e una delle sue risposte ha causato un mezzo terremoto a Wall Street. Alla domanda se ‘le banche si risolleveranno dalla recente crisi del credito’, Bernanke, infatti, ha replicato con una previsione shock: ‘Ci potrebbero essere anche dei fallimenti, anche se non fra gli istituti maggiori’. Un attimo dopo l’indice Dow Jones cedeva di 130 punti annullando l’effetto rassicurazione di Bush”.E così mentre Bush si affannava a tranquillizzare gli americani e il mondo intero cercando di convincerci e di convincersi che non si trattava di recessione un mezzo terremoto finanziario ha sconvolto Wall Street. Questo dimostra, ancora una volta, chi ha davvero influenza nei delicatissimi equilibri economici mondiali.

La crisi del dollaro sta mettendo in seria difficoltà la capacità di esportazione dell’Europa e acuisce le tensioni crescenti tra i due imperi: quello d’Occidente che piano piano va sgretolandosi e quello d’Oriente che si è invece rinforzato e dotato di armamenti nucleari che in poco tempo possono raggiungere qualsiasi punto del pianeta.

E’ l’economia che determina le politiche internazionali, il vero potere non è nelle mani dei politici, ma solo ed esclusivamente in quelle di coloro che detengono ricchezze smisurate accumulate con l’inganno ai danni dei più poveri.

La globalizzazione dei mercati ha inasprito la differenza tra straricchi e disperati che aumentano a dismisura, costretti a vivere in condizioni sempre più drammatiche, tra scarsità di risorse e malattie. Un vero olocausto lento e inesorabile che si consuma sotto gli occhi del mondo che, per lo più indifferente, prosegue la sua corsa sfrenata per accaparrarsi denaro, energia e acqua arrivate quasi al limite a causa delle politiche di sfruttamento folle del pianeta.

I grandi potentati americani non hanno nessuna intenzione di perdere la guerra per la supremazia e la sopravvivenza, non sono disposti a rinunciare al proprio tenore di vita e per questo sono disposti a fare qualsiasi cosa anche a scatenare guerre sia militari che economico-finanziare gettando al destino più nefasto i più deboli.

Per conseguire questo stesso obiettivo Russia e Cina hanno marciato congiunte facendo sfoggio dei loro armamenti nuovi di zecca e sempre più pericolosi. In particolare la Russia è tornata ad essere quella potenza economica e militare in grado di determinare l’equilibrio o il disquilibrio nel mondo. Non accetterà il neo presidente Medvedev, alter ego di Putin, di vedersi minacciato nei territori al confine con il suo impero e per questo si difenderà con ogni mezzo.

Solo guardando a questo quadro internazionale si può capire come si muove la politica mondiale, ma anche la nostra.

Chiunque vinca non potrà prescindere da questo delicatissimo equilibrio, sia Berlusconi, sia Veltroni non avranno alcuna possibilità di manovra autonoma: noi siamo una nazione ai lontani confini dell’Impero d’Occidente e ubbidiremo ai dettami dell’Imperatore che non è né Mc Cain né Obama o la Clinton, ma le multinazionali e le famiglie che stabiliscono gli assetti economici mondiali.

Di conseguenza le elezioni in Italia, per chi vorrebbe davvero cominciare ad intravedere una qualche linea di cambiamento, saranno e sono perfettamente inutili. Noi siamo uno stato vassallo e ci atteniamo ai desiderata di chi ci governa veramente. Il resto è una farsa. Non è difficile capire quindi perché, fatta salva qualche eccezione di facciata, i programmi dei due schieramenti sono sostanzialmente molto molto simili. Almeno non servono ad illudere milioni di italiani su riforme e provvedimenti che non si possono e non si devono fare.

A parte alcune lievi differenze sulla visione della giustizia o sulle piccole questioni locali, Veltroni, come Berlusconi, ha infatti l’unica volontà di amministrare il potere per conto delle grandi corporation nazionali e internazionali. In nome e per conto di quel capitalismo finanziario che non affronta i problemi dello sviluppo sostenibile, ma organizza le guerre nel tentativo di risollevare le sorti dei più forti in ragione del crollo della finanza mondiale in atto.

Il surriscaldamento del clima, la crisi energetica, le oltre trenta guerre in corso, il pericolo per il futuro dei nostri figli non sono ai punti della discussione politica. E a nulla sembrano servire le proteste della società civile, dei tanti movimenti spontanei che, inascoltati, si rivolgono allo stato italiano per chiedere la difesa della Pace e la risoluzione dei problemi ambientali, cruciali per la nostra sopravvivenza.

Nonostante le rivolte civili, infatti, la Tav si farà, così come le centrali nucleari e il Ponte sullo Stretto. Così come è in corso il potenziamento della base Nato di Aviano.

Si può fare forse qualche minuscola parentesi in cui inserire qualche politico di sinistra che chiama debolmente al cambiamento del sistema economico, ma queste non potranno che essere parole, solo parole vane. Poiché se nel nostro paese si verificasse anche un minimo scivolamento fuori dai binari già stabiliti ci ritroveremmo ripiombati nella strategia della tensione.

Quale alternativa quindi?

Difficile confezionare ricette. Si tratta di intraprendere un duro cammino di lenta ma completa rivoluzione culturale, umana, ambientale, sociale, solidale e, consentitemelo, anche spirituale. Che è cosa ben diversa e molto lontana dal potere religioso che concorre responsabilmente allo sfacelo del quadro mondiale.

Il cambio deve partire dall’informazione, dalla consapevolezza e dalla verità.

La gente deve conoscere ciò che sta veramente accadendo nel mondo oggi, la reale situazione globale, deve diventare quindi consapevole del pericolo e quindi deve essere guidata verso il nuovo con sapienza e attenzione e soprattutto deve sapere la verità.

In Italia dobbiamo capire come si è fatta politica, come sono stati imposti gli equilibri, dobbiamo sapere da dove vengono questi volti di plastica che ormai ci disgustano, da chi sono stati messi a garanzia degli interessi di pochi.

Lo possiamo comprendere solo se facciamo luce sui delitti di Stato che si sono consumati nell’ineluttabile impunità fin dalle origini della Repubblica italiana. Solo individuando i mandanti esterni, i veri responsabili dell’eversione nera, rossa e mafiosa potremmo intravedere il puntino di luce che ci può condurre all’esterno del tunnel di guerra e violenza in cui siamo imprigionati.

Le ultime stragi, quella di Capaci, via D’Amelio, di Firenze, Milano e Roma sono state contemporanee al passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica. Proseguendo la linea di indagini lasciata da Falcone e Borsellino che da Palermo erano arrivate fino a Roma e a Milano si ha la certezza della presenza di quella “manina” che ha orchestrato la follia mafiosa.

Falcone aveva capito la funzione strategica di Cosa Nostra, aveva capito anche quanto fosse diventata pericolosa grazie alle sue enormi ricchezze, forse troppo. Borsellino, ancora di più, dopo la morte dell’amico fraterno, aveva chiaro in mente il meccanismo di quel “gioco grande” guidato dalle “menti raffinatissime” già chiaramente indicate da Falcone. Venuto a conoscenza dell’accordo tra mafia e stato, della cosiddetta “trattativa”, Borsellino si è rifiutato, firmando così, consapevolmente, la propria condanna a morte. Per questo lotta contro il tempo, per questo si è verificata quell’anomala accelerazione nella strategia stragista di Cosa Nostra, talmente esagerata da lasciare interdetti anche i boss mafiosi più importanti della cupola.

Borsellino, sempre più sconvolto, corre e confida alla moglie poche parole, il tanto che basta per non metterla in pericolo, ma per lasciare ai posteri indizi inequivocabili.

“Sto vedendo la mafia in diretta”, ripeteva, e ancora “Ad uccidermi non sarà Cosa Nostra, lo farà se qualcuno glielo chiederà”.

La Seconda Repubblica quindi sorge anche sul sangue di Falcone e Borsellino e di quei poveri innocenti coinvolti nelle cosiddette stragi in continente. Tra coloro che comandano oggi, o meglio, che orchestrano le politiche internazionali di questo mondo in agonia vi sono anche i mandanti esterni di quegli eccidi, e sono ancora lì, al loro posto, pronti a traghettarci verso una fantomatica Terza Repubblica delle grandi intese, cioè espressione di un’unica volontà di folle, cieco dominio che vuole preservare solo una parte, molto limitata, di questa umanità.

La giustizia parte dalla verità, dal sapere, dall’informazione. Fino a che non saremo consapevoli del teatrino della politica, non avremo scelta, non saremo mai liberi.

La speranza è l’ultima a morire, è stato detto e scritto.

La speranza di un mondo migliore non è utopia, è certezza, ma per divenire tale bisogna cambiare.

Tutti dobbiamo cambiare: i potenti, la politica, le religioni, la società, noi cittadini. Prendere coscienza che viviamo nella medesima casa, il pianeta terra, e quindi rispettare la sua vita, la nostra vita. Dare un futuro ai nostri figli. Sopravvivere ed evolvere.

La pace, l’armonia, la giustizia e l’amore devono ritornare a prevalere nella nostra vita.

Se così non sarà, il genere umano rischia l’estinzione e la speranza diverrà una pallida statua di marmo. Rimane, quindi, solo la fede. Quella laica, nella vita. Quella religiosa-spirituale nel Creatore e nel suo figlio, il Cristo. Entrambe sono e saranno la forza che porteranno alla vittoria dell’Homo contro l’uomo.