Articolo di Spinelli Barbara – La Stampa -

Novembre 18, 2009

Mi sembra molto interessante questo articolo di Barbara Spinelli che ci parla delle scelte dei mali minori e/o peggiori.


Fini e il male minore

di Barbara Spinelli, La Stampa, 15 novembre 2009

Da quando ricopre la terza carica dello Stato, Gianfranco Fini ha un’aspirazione che lo domina, costante: quella a esser statista oltre che uomo politico, e a scorgere nelle trasgressioni istituzionali di Berlusconi pericoli che lui, anche se solitario, vuol diminuire o combattere. Il suo magistero, come quello di Napolitano, è delicato: egli rappresenta la nazione, non può esser presidente di parte. Ma Fini ha osato molto, ultimamente, fino a praticare quella che Albert Hirschman chiama l’autosovversione: esprimendosi su temi essenziali come l’immigrazione, i diritti civili, il testamento biologico, la laicità.

Il libro che ha appena pubblicato (Il futuro della libertà. Consigli non richiesti ai nati nel 1989, Rizzoli) conferma una volontà precisa, e il desiderio di pensare la democrazia italiana nel tempo lungo, prendendo congedo dai dizionari delle «parole neoideologiche» e dei luoghi comuni («Il caso di Eluana Englaro ci ha dimostrato in modo eclatante che la politica italiana tende ancora a presentarsi, nei momenti di più aspro confronto, non secondo le linee contemporanee del “fare”, ma secondo le linee novecentesche dell’ “essere”, vale a dire le linee in definitiva rassicuranti, ma immobili, dell’ “identità”»).

Proprio perché ha deciso di scandagliare nuovi mari, vorrei porre al presidente una domanda di fondo, attorno a un assioma apparentemente importante che lo guida: se sia giusto, nonché utile, perseguire sistematicamente il Male Minore, nella resistenza al degrado delle istituzioni democratiche. Se davvero la situazione sia così degradata e povera di alternative, da imporre questa classifica dei mali, basata sulle categorie economiche del più e del meno. Nelle dittature la ricerca del male minore è spesso la sola via, anche se non necessariamente la più feconda.
Spesso è un camuffamento per iniziare i recalcitranti; solo di rado ingenera i casi Schindler, che accettò il nazismo salvando 1100 ebrei. Ma nella democrazia? L’economia dei mali è usanza antica, ma ha senso farne un assioma?

L’interrogativo si pone perché tutta la politica italiana, da anni, ruota attorno a questo concetto. L’hanno interiorizzato le opposizioni, svariati giornali, anche la Chiesa. Lo difendono i centristi (nuovi o vecchi): spesso moderati per non-scelta, per calcolo breve, per conformistica aderenza all’opinione dominante. L’ultimo esempio di politica del male minore è quello di Fini nell’incontro col presidente del Consiglio del 10 novembre: per evitare il peggio – la prescrizione rapida, cui Berlusconi assillato dai processi Mills e Mediaset teneva molto – il presidente della Camera gli ha concesso il processo breve, che è una prescrizione camuffata e accorcia i procedimenti con l’eccezione di alcuni reati (non i più gravi d’altronde, essendo escluso anche il reato di clandestinità: «una semplice contravvenzione punibile con banale ammenda», commenta Giulia Bongiorno, deputato, vicina a Fini).

La giustizia lenta affligge gli italiani, ma il rimedio non consiste nel dichiarare che il processo si estingue automaticamente dopo tre gradi di giudizio per la durata complessiva di 6 anni, bensì nell’introdurre preliminarmente le riforme che consentono di abbattere i tempi. Riforme da applicare a monte, senza toccare i processi pendenti. Non si tratta di troncare i processi, ma di accelerarne il corso. Dichiarare estinto un processo perché dopo due anni non c’è sentenza di primo grado è di una gravità estrema. In certi casi, soprattutto per reati delicati con rogatorie internazionali, due anni davvero non bastano. Scansare il male maggiore è buona cosa, ma quello minore – ambiguo, sdrucciolevole – non è detto dia frutti.

Classificare i mali e le colpe è attività millenaria, in teologia e filosofia. Cominciò il cristianesimo nel IV secolo a graduarli, con Agostino, introducendo nella valutazione il calcolo economico (il filosofo Foucault parla di teologia economica). C’erano colpe più o meno nefaste, e alcune erano talmente nefaste che in assenza di alternative la Chiesa tollerava mali minori. Nell’«economia del male», sosteneva Agostino, meglio le prostitute che l’adulterio; meglio uccidere l’aggressore prima che egli uccida l’innocente. La guerra, se proporzionata e volta al bene, divenne giusta. Il fine comunque rimaneva determinante, e il fine era il perfezionamento e l’imprescindibile trasformazione dell’uomo cui esso conduce.

Secolarizzandosi, tuttavia il male minore non punta più alla perfezione-trasformazione, ma all’ottimizzazione dell’esistente e del male. Cessa d’essere tappa d’un cammino accorto, si fa consustanziale alla democrazia, addirittura suo sinonimo. Lo descrive con maestria Hannah Arendt, negli Anni 50 e 60, con ragionamenti che sono ripresi oggi da Eyal Weizman, l’architetto israeliano direttore del Centre for Research Architecture a Londra, in un eccellente libricino intitolato Male Minore (Nottetempo 09). Marco Belpoliti l’ha recensito su la Stampa il 28-8-09.

Accade a ciascuno di cercare il male minore, nella vita individuale e pubblica. È il momento in cui urge, tatticamente, scongiurare il precipizio nel peggio. In politica spingono in questo senso la prudenza, l’astuzia. Ma il male minore rischia di installarsi, di divenire concetto stanziale anziché nomade: non ambivalente paradosso ma via aurea, con esiti e danni collaterali che possono esser devastanti, non subito ma nel lungo periodo. A forza di mitigare l’iniquità agendo dal suo interno, in effetti, sorgono insidie che la Arendt spiega bene: «Lungi dal proteggerci dai mali maggiori, i mali minori in politica ci hanno invariabilmente condotti ai primi». «Ossessionati dai mali assoluti» (Shoah, Gulag) ci abituiamo a non vedere il nesso, stretto, tra male maggiore e minore.

La mente stessa muta, quando il male minore si cristallizza in norma. Chi l’adotta tende a scordarsi, dopo, che in fin dei conti ha optato per un male. Nella memoria, l’opzione si trasfigura e si naturalizza, in politica, trasformando l’eccezione in regola: «Una misura meno brutale – scrive Weizman – è anche una misura facilmente naturalizzabile, accettabile, tollerabile. Quando misure eccezionali vengono normalizzate, possono venire applicate più frequentemente». E applicandole con crescente frequenza, «qualsiasi senso dell’orrore verso il male si perde», non solo nei politici ma nell’insieme della nazione.

Quando Fini sceglie un piccolo male per evitare al peggio, è pur sempre nel male che resta, anche se forse a disagio: con effetti infausti sul futuro cui tiene tanto. Una successione di piccoli mali finisce infatti col produrre un male grande raggiunto cumulativamente, non fosse altro perché è impossibile calcolare l’estensione dei loro guasti.

Fini e Napolitano vengono da esperienze non dissimili. Ambedue hanno accostato i mali assoluti, avendone condivise le ideologie, e con coraggio ne sono usciti. Ambedue hanno scoperto le virtù del moderatismo pragmatico, del male minore. Ma il male minore è una trappola, se il suo essere anfibio e la miopia del pragmatismo son taciuti. Il male assoluto, paradossalmente, attenua la vigilanza: «Chi sceglie il male minore dimentica rapidamente d’aver scelto a favore del male», dice la Arendt. Dimentica che l’eroe delle tragedie greche è sempre alle prese con un dilemma: con due mali più o meno terribili, con le due corna del toro infuriato.

La via di Robert Pirsig, evocata da Weizman, è non privilegiare un corno piuttosto che l’altro, ma prendere il toro per le corna (Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, Adelphi 1981). Il che significa: disobbedire, rifiutare il miserando gioco della torre. Oppure: «Si può gettar sabbia negli occhi del toro; si può tentare di addormentare il toro con una ninna nanna; e infine ci si può rifiutare di scendere nell’arena».

(16 novembre 2009)


video festival giornalismo

Agosto 24, 2009

link

Vi posto un bel video in cui si parla di Beppe Grillo e della politica italiana, con Jeff Israely, Time
Andrea Scanzi, La Stampa
Luca Telese, Il Giornale
Marco Travaglio, Anno Zero RAI 2
Modera Elisa Calessi, Libero


Romeni, immigrazione e delinquenza – facciamo chiarezza -

Marzo 26, 2009

Un interessantissimo articolo che chiarisce un po’ di cosette sull’immigrazione e sulla propaganda di parte che demonizza gli stranieri trovando un nemico inesistente. Come ai “bei tempi” di ogni totalitarismo.
Eccolo

Collegamento

Quando la matematica è un’opinione: Beppe Severgnini, i Romeni e la criminalità
Siamo sicuri che il “marchio geografico” della delinquenza ci aiuti a risolvere i problemi?

di Carlo Gubitosa

Tutto nasce da una lettera a Beppe Severgnini. A scrivere su corriere.it è Claudiu Victor Gheorghiou, che si firma come “artista e storico romeno” gettando sul piatto una domanda molto pesante: “Per parte della gente italiana il problema erano i siciliani l’altro ieri, ieri gli albanesi, oggi i romeni, e domani?”.

Severgnini spiega che l’ “atteggiamento sospettoso verso il diverso” non è poi così campato in aria, e nasce anche “per il tipo di reati che commettono” gli stranieri percepiti come “ospiti ingrati”.

E qui scatta la trappola dei numeri, un polverone di dati che lascia in bocca al lettore un messaggio molto chiaro: da un po’ di anni a questa parte i romeni sono in cima alla classifica degli stupratori, e quindi si capisce come mai la gente ce l’ha tanto con loro. Per sostenere questa tesi Severgnini mischia dati stimati dall’Istat sulle violenze sessuali con dati statistici del ministero dell’Interno sulle violenze denunciate, e vende il tutto al lettore come se si trattasse di dati sulle violenze sessuali effettivamente commesse.

Una bordata di disinformazione che renderebbe antipatici i romeni perfino a San Francesco d’Assisi: “il 90% dei responsabili [di violenza sessuale] era italiano. – proclama Severgnini -. Oggi quella percentuale è scesa al 60%. Vuol dire che il 40% delle violenze sessuali viene commesso dal 6,5% della popolazione”.

Il trucco di questa boutade, oggettiva solo in apparenza, si svela facilmente: il 90% è un valore stimato dall’Istat, il 60% è il valore registrato dal ministero dell’Interno in base alle denunce effettivamente ricevute. Le stime comprendono anche le violenze non denunciate, come quelle compiute in famiglia che sono invisibili al Viminale ma non per chi le subisce.

Se il valore stimato per le violenze “made in Italy” è più alto di quello registrato nelle denunce effettivamente presentate, si può concludere che tra le violenze “sommerse” la stragrande maggioranza sia compiuta da italiani. Con un trucco speculare si potrebbe piegare questa analisi in chiave “antitaliana” dicendo che i violentatori nostrani agiscono nell’ombra e sfuggono alla giustizia meglio di quelli stranieri, ma il gioco sarebbe altrettanto puerile e facilmente smascherabile dopo aver ragionato un po’ sul senso dei numeri.

Questa è solo una delle possibili forme di distorsione delle statistiche, e anche una tra le più evidenti: la manipolazione giornalistica, dove si confrontano le mele con le patate, le stime con le rilevazioni e si costruiscono opinioni soggettive nel lettore presentando dati che sembrano oggettivi, ma solo ad una lettura superficiale.

Tra gli altri fattori da considerare, c’è anche quello demografico.
Provate a fare una statistica in una scuola elementare considerandola rappresentativa della popolazione italiana. Se nella scuola elementare c’è un maestro ogni 10 insegnanti, le “statistiche” costruite lì dentro vi diranno che il 90% degli italiani è disoccupato, non legge la stampa quotidiana, non ha la licenza elementare e vive ancora in famiglia. Un bel quadretto di un popolo nullafacente, ignorante e mammone. Il problema è che in quel gruppo che abbiamo scelto come rappresentativo del popolo italiano c’era un sottogruppo sovrarappresentato, cioè che “pesava” più degli altri nelle rilevazioni statistiche: il gruppo dei bambini dai 5 ai 10 anni.

Lo stesso accade per quanto riguarda il gruppo dei criminali: i ragazzi in genere sono troppo impauriti per delinquere e i vecchi generalmente troppo saggi, e quindi le stime del tasso di criminalità collocano i valori più alti nella fascia d’età che va dai 20 ai 45 anni. In questa fascia d’età gli immigrati sono sovrarappresentati rispetto agli italiani, così come in una scuola elementare troviamo una percentuale di bambini che non rispecchia quella nazionale.

Questa maggiore presenza di migranti nel gruppo dei criminali è dovuta solo a ragioni demografiche, e al fatto che l’Italia a un certo punto ha smesso di fare figli, non certo ad una maggiore tendenza a delinquere da parte di certe popolazioni. Ignari di tutto questo accettiamo delle fotografie sfocate e distorte del rapporto tra criminalità e migrazioni, fidandoci di numeri costruiti male.

Un’altra forma di distorsione è quella politica. Le statistiche criminali come il numero dei denunciati, degli arrestati o dei fermati sono strettamente legate alle “politiche di polizia”: se l’attività delle polizie si concentra sugli immigrati sale il numero di immigrati denunciati e arrestati; se si concentra sui mafiosi aumenta il numero di mafiosi denunciati e arrestati.

Le tesi di Severgnini, dall’apparenza documentata e dai contenuti grossolani, sono state contestate con una lettera aperta da un gruppo di giornalisti e operatori sociali collegati alla campagna “Giornalisti Contro Il Razzismo”.
Beccato dai colleghi a fare il gioco delle tre carte con i numeri, Severgnini riconosce la differenza tra stime e statistiche (“è vero: in un passaggio ho accostato dati diversi, ho sbagliato e me ne scuso”) ma insiste nell’affermare il legame tra la provenienza etnica e la tendenza a delinquere, gettando sul piatto due domande chiave: “secondo voi esiste o non esiste un collegamento tra criminalità e immigrazione? Andrebbe tutto benone, nelle nostre città, se non fosse per i media allarmisti?” Non c’è più bisogno delle statistiche: per collegare un passaporto a un’indole criminale bastano le impressioni.

Un po’ come si è sempre fatto nel corso della storia, mettendo in relazione caratteristiche umane che non c’entrano un fico secco: per Hitler le origini ebraiche erano correlate ad una natura corrotta e malavitosa, e lo stesso ragionamento si applica oggi agli italiani negli Usa, ai ceceni in Russia, ai romeni in Italia. E’ come rilevare il taglio dei capelli di chi fa incidenti stradali e decidere in base ai risultati del rilevamento che la frangetta, i baffi o il pizzetto sono strettamente legati alla tendenza di schiantarsi in curva e ad una guida poco prudente, dovendo concludere che basta andare dal barbiere e cambiare look per diventare degli autisti provetti, o che staremmo molto meglio e le città sarebbero più sicure se i poveracci che sbarcano in Italia fossero greci anzichè romeni.

Quanto ai “media allarmisti” tirati in ballo da Severgnini, nessuno si è mai chiesto nella redazione del “Corriere” che cosa accadrebbe se il dato misurato in relazione ai crimini non fosse quello della nazionalità ma quello del reddito, della scolarizzazione o della residenza?

Io faccio una scommessa: secondo me scopriremmo che i poveri delinquono più dei benestanti, gli analfabeti delinquono più dei dottorini e chi vive nelle periferie e nei quartieri ghetto delinque più di chi sta nei centri storici, INDIPENDENTEMENTE dal passaporto e dalla nazionalità. Ma a quel punto il problema non sarebbe più delinquenziale (e quindi risolvibile con provvedimenti di facciata che puntano il dito contro i cattivi), e resterebbe nudo nella sua natura di problema politico, dove il dito va puntato contro i governanti incapaci di gestire il cambiamento sociale, e dove il conflitto non è tra italiani per bene e stranieri delinquenti, ma tra i vari furbetti del quartierino che si sono mangiati il paese (magari con passaporto monegasco o sammarinese) e chi resta immerso nella lotta violenta per sopravvivere, spartendosi le briciole e guardando in cagnesco i poveri che ce le contendono.

Per fortuna di “opinioni statistiche” in giro ce ne sono tante e varie, e ognuno può scegliere quella che più gli piace. Come ad esempio l’analisi pubblicata dalla Paris School of Economics, e realizzata da tre ricercatori: Milo Bianchi della PSE, Paolo Buonanno dell’Università di Bergamo e Paolo Pinotti, che lavora nel “servizio studi” della Banca d’Italia.

Partendo dalle stesse informazioni fornite da Severgnini sulle denunce registrate dal ministero dell’Interno, i tre ricercatori incrociano questi dati e ne aggiungono altri sui numeri dei permessi di soggiorno rilasciati nel corso degli anni. Le conclusioni di questo lavoro sono ben diverse da quelle dell’opinionista del “Corriere”: Bianchi, Buonanno e Pinotti evidenziano che i permessi di soggiorno negli ultimi anni sono cresciuti drasticamente, e i tassi di criminalità sono rimasti più o meno gli stessi. “L’immigrazione – scrivono – ha inciso solamente sui furti, senza avere effetti su tutti gli altri tipi di reati. Dal momento che i furti rappresentano una percentuale molto piccola di tutti i reati commessi, l’effetto (dell’immigrazione) sul tasso complessivo di criminalità è prossimo allo zero”. (Il documento integrale si trova su http://www.pse.ens.fr/document/wp200805.pdf)

Ma allora perchè siamo tutti così inquieti e impauriti quando si parla di romeni? Forse per stare più tranquilli basterebbe gettare il telecomando dalla finestra, o almeno questo è quello che suggerisce tra le righe la ricerca realizzata dal Centro di Ascolto dell’Informazione Radiotelevisiva che ha monitorato la presenza di notizie di cronaca nera, giudiziaria e di criminalità nei telegiornali italiani. (La ricerca è su http://tinyurl.com/cps2cb)

“La tendenza alla drammatizzazione dell’informazione e alla spettacolarizzazione del quotidiano – scrivono all’Osservatorio – si evince non solo dalla frequenza con la quale vengono date notizie relative a crimini violenti, ma anche dalla terminologia utilizzata che trasmette costantemente un’immagine di morte e violenza, quindi una sensazione di insicurezza e pericolo”.

I dati fanno riflettere: tra il 2003 ed il 2007 nei telegiornali nazionali è più che raddoppiato il tempo dedicato alle notizie di cronaca nera, cronaca giudiziaria e criminalità organizzata, passando mediamente dal 10% del 2003 al 24% del 2007. Ma allora sono aumentati i crimini o la paura indotta dalla TV?

Ancora una volta si conferma che sulla carta stampata e sul teleschermo perfino la matematica è un’opinione: figuriamoci la statistica. E figuriamoci le statistiche mischiate male e lette peggio dai giornalisti che seguono l’onda dell’allarmismo.

Per contattare gli autori:
carlo@gubi.it – www.giornalismi.info/gubi
mauro.biani@gmail.com – maurobiani.splinder.com

(19 marzo 2009)


Confindustria si oppone a tassazione su redditi alti

Febbraio 16, 2009

Leggo con gioia che Confindustria se ne frega dei problemi italiani sbandierando slogan contro una lotta di classe, in un paese in cui milioni di operai votano Berlusconi, inesistente. Non basterebbero. Strano, in America i manager stessi propongono di aumentare le tasse ai loro stipendi ed in Inghilterra lo stanno già facendo.
Noi? Meglio lasciarsi al sonno di Tremonti.
articolo

Il sindacato di Epifani propone di applicare il prelievo a chi guadagna
più di 150mila euro l’anno. Sì del Pd. Gli industriali: “Inutile, scatena lotta di classe”
La Cgil: “Tassare i redditi alti”
E’ scontro con Confindustria
di LUISA GRION
La Cgil: “Tassare i redditi alti” E’ scontro con Confindustria

Guglielmo Epifani ed Emma Marcegaglia

ROMA – Servono soldi? Chiediamoli a chi ne ha di più. Guglielmo Epifani ne aveva già parlato due giorni fa dal palco di piazza San Giovanni, teatro della manifestazione di statali e metalmeccanici Cgil contro la politica economica del governo e la riforma della contrattazione. Ora il primo sindacato d’Italia torna, con più forza, a proporlo. In tempi di crisi nera, come questa, chi più ha più dà: dunque si potrebbe aumentare, temporaneamente, la tassazione sui redditi superiori ai 150 mila euro annui. Le entrate così recuperate potrebbero essere spese a favore di chi sta peggio e dei giovani precari: una sorta di tassa di solidarietà.

Ieri, la proposta è stata rilanciata negli studi di “Domenica in” da Agostino Megale, segretario confederale Cgil, ottenendo un “sì” di massima dal Pd (sia dalla componente Ds che dalla componente Margherita) e un “no” deciso da Confindustria. “La crisi richiede uno sforzo eccezionale – ha spiegato Megale – negli ultimi 7-8 anni i redditi dei lavoratori dipendenti solo aumentati in media dello 0,5 per cento, vale a dire, 4.500 euro, quelli dei dirigenti dell’8, cioè 25.000, quelli dei primi cento top manager di 830.000 euro: ognuno di loro guadagna quanto cento operai o cento impiegati”. L’intervento cui pensa il sindacato è una tassazione extra per due anni che – rifacendosi a provvedimento già approvato in Gran Bretagna – aumenti del 5 per cento (dal 43 al 48 per cento) l’aliquota per i redditi oltre i 150 mila euro (215 mila contribuenti secondo la Cgil, 115 mila per il fisco) ottenendo un miliardo e mezzo di gettito aggiuntivo.

L’idea non piace affatto a Confindustria: “Un’operazione del genere alimenterebbe solo una lotta di classe superata da anni e porterebbe ben poco nelle casse dello Stato” ha commentato Alberto Bombassei, vicepresidente dell’associazione. “La crisi è difficile, serve altro: non saranno quei 70-80 supermanager italiani a fare la differenza con le loro tasse”. Dello stesso parere Fabio Cerchiai, presidente dell’Ania, l’associazione delle assicurazioni che boccia la proposta come “negativa”.

Non la pensa così, invece, il Pd, che considera fattibile, anche se non risolutiva la proposta della Cgil. “Una soluzione del genere l’aveva applicata anche il governo Prodi, che per un anno aveva sterilizzato l’indicizzazione delle pensioni alte – commenta l’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano – ma le misure temporanee di scopo non portano gettiti rilevanti. Questa soluzione potrebbe contribuire assieme ad altre a definire un piano d’intervento di spirito collaborativo, ma per fare questo bisognerebbe aprire un tavolo di concertazione e mi pare che il governo non abbia alcuna intenzione a riguardo”.

La tassazione extra piace anche ad Enrico Letta che ricorda come lui stesso abbia proposto – poco tempo fa – di finanziare le protezioni per i parasubordinati senza rinnovo attraverso un contributo straordinario dei redditi alti: dai parlamentari in su. Sempre guardando a sinistra plaude alla Cgil anche Rifondazione, partito che poco più di due anni fa aveva lanciato la campagna “Anche i ricchi piangano” proponendo tassazioni extra sui redditi alti e rendite. “Una scelta del genere metterebbe finalmente mano all’enorme problema della mancata redistribuzione del reddito – dice Paolo Ferrero – Meno male che ci ha pensato la Cgil visto nel piano anti-crisi del Pd non c’era nulla a riguardo. Invece se non si parte da lì, dalla crisi non si esce”.
(16 febbraio 2009)


Solite balle di regime

Gennaio 29, 2009

Buongiorno,
come sempre, di questi tempi, quando le persone si mobilitano sotto una causa giusta e senza la guida di nessun partito assistiamo alla sagra della falsità.
Ieri, guidati dall’associazione familiari delle vittime di mafia, si sono riuniti a Roma in Piazza Farnese un migliaio di persone. Risultato? Una manifestazione pacifica, dura e fatta di alti ideali ed una giornata di mistificazioni. Cos’ho da dire? Rimango sempre molto scosso dalla falsità del circo mediatico italiano. Mentono spudoratamente, falsificano i fatti. Chiunque fosse stato a Roma o chiunque abbia letto o visto l’intervento di Di Pietro non avrà sentito dare del mafioso al capo dello stato. Chiunque abbia letto i giornali, dall’Unità in giù, avrà letto che Di Pietro ha dato del mafioso a Napolitano.
Eppure fermandosi un attimino a leggere non si può dire che di Pietro abbia accusato Napolitano d’esser mafioso.
Infatti a mio parere il discorso di Di Pietro si può grosso modo riassumere così: lamentiamo mancanza di terzietà e di equilibrio nelle posizioni di Napolitano, lamentiamo alcuni suoi silenzi, ma noi non possiamo zittirci e non si può zittire totalmente qualsiasi critica al Presidente della Repubblica in quanto tale perché il silenzio è mafioso. Il distinguo in questo caso è che Napolitano non sta sempre zitto, ma in alcuni casi non ha preso posizione forte e netta contro alcuni atti scandalosi, mentre da alcuni atteggiamenti, come il ritiro dello striscione “Napolitano dorme, l’Italia insorge”, pare che le critiche al Colle siano proibite e stare zitti non è possibile sarebbe da mafiosi.
Comunque sia, lascio a voi il giudizio. Ecco le parole di Di Pietro e l’interpretazione di Paolo Flores D’Arcais che la pensa come me:

Di Pietro

L’appello a Napolitano.

Signor Presidente, lo sa che questa mattina si sta cercando, ancora una volta, di farci lo scherzetto che è stato fatto a Piazza Navona? Credo che in una civile piazza dei cittadini italiani abbiano il diritto di manifestare. Si può non essere d’accordo su quanto abbiamo fatto e su quanto stiamo facendo, ma è un nostro diritto, garantito dalla Costituzione, poter dire che quello che fanno determinate persone non ci convince? Ci possiamo permettere, signor Presidente della Repubblica, di accogliere in questa piazza anche qualcuno di noi che non è d’accordo su alcuni suoi silenzi? Possiamo permettercelo o no? O siamo degli eversori? Siamo dei cittadini normali che ci permettiamo di dire a lei, signor Presidente della Repubblica, che dovrebbe essere l’arbitro, che a volte il suo giudizio ci pare poco da arbitro e poco da terzo. Lo possiamo dire o no? Noi la rispettiamo, abbiamo il senso delle istituzioni, vogliamo essere tranquilli. Oggi, un cittadino ha messo un manifesto, uno striscione, dove senza offendere nessuno dice “Napolitano dorme, l’Italia insorge”. Perché lo hanno sequestrato? Chi ha ordinato di sequestrare questo manifesto? Perché non c’è possibilità di manifestare senza bastoni, senza nulla? Stiamo semplicemente dicendo che non siamo d’accordo sul fatto che si lasci passare il lodo Alfano, che non siamo d’accordo sul fatto che si criminalizzino le persone che fanno il loro dovere, che non siamo d’accordo sull’oblio che hanno le istituzioni nei confronti di questi familiari delle vittime, che non siamo d’accordo nel vedere terroristi che vanno a fare gli insegnanti e informare a loro modo le cose, che fanno i saputoni e poi vediamo le vittime del terrorismo e della mafia che vengono dimenticate e abbandonate a se stesse. Lo possiamo dire o no? Rispettosamente, ma il rispetto è una cosa, il silenzio è un’altra: il silenzio uccide, il silenzio è mafioso, il silenzio è un comportamento mafioso. Ecco perché non vogliamo rimanere in silenzio.
Noi ribadiamo che c’è necessità di una nuova legge elettorale che ridia in mano ai cittadini la possibilità di scegliersi i propri dipendenti. Vogliamo una legge che risolva il conflitto d’interessi. Vogliamo al più presto una legge che preveda la non candidabilità delle persone condannate, una legge che preveda l’impossibilità di assumere incarichi di governo, locale e centrale, di persone rinviate a giudizio. Vogliamo una legge che non preveda più la possibilità a quelle imprese, di cui imprenditori sono stati condannati, di partecipare a gare e ad appalti della pubblica amministrazione. Si deve sapere che quando c’è un Romeo preso con le mani nel sacco una prima volta, non ci può essere una seconda volta, e per non esserci c’è bisogno di stabilire delle regole.
Tutto queste cose noi chiediamo alle istituzioni, e per queste cose ci appelliamo a lei signor Capo dello Stato, lo faccia un discorso coraggioso, dica che devono andare fuori dal tempio i mercanti, dica che devono andare fuori dal Parlamento i condannati, lo dica e noi l’approveremo e troverà striscioni diversi. Non si lamenti se poi qualcuno vede nel silenzio un accondiscendenza.
E’ tempo di far sentire sempre di più la propria voce, nel Parlamento e nelle istituzioni, dove possiamo. Ma sa, là ci considerano eversori perché vogliamo che la legge funzioni. Si sono invertiti i termini del gioco.
Vogliamo essere sempre più presenti, nelle piazze e nelle città, da Piazza Navona a Piazza Farnese, di piazza in piazza, questa primavera, subito dopo che saranno finite le scaramucce elettorali (perché non vogliamo essere accusati che lo facciamo per fini elettorali) metteremo in piedi un altro grappolo di referendum, perché vogliamo contribuire attraverso i referendum il risveglio della coscienza civica dei cittadini, di non lasciarli nell’oblio delle veline, che come nuovo olio di ricino addormentano le coscienze. Noi cominceremo quindi subito e a quegli amici, agli amici di Ponzio Pilato, quando ci diranno che non raggiungeremo il quorum, diremo: “Zitto ragazzo, zitto che siamo in mezzo al mare, è inutile che dici che non raggiungiamo la riva. Nuota in questo mare e cerca di portare l’Italia in una democrazia migliore”.”

Paolo Flores D’Arcais
link su micromega

Piazza Farnese
Flores d’Arcais: Le bugie su Di Pietro e la verità di Gramsci
di Paolo Flores d’Arcais

I quattro minuti integrali dell’intervento di Antonio Di Pietro (vedi sotto) sono inequivoci e inequivocabili: l’accusa al Presidente Napolitano di essere stato qualche volta non imparziale non è affatto seguita, quale esplicitazione dell’accusa stessa, dall’affermazione che “il silenzio è mafioso”.
Tale affermazione è successiva ad una serie di altre considerazioni, a cui è evidentemente riferita, che riguardano perfino il fatto che (ex) terroristi possano dare lezioni nelle università (trasparente il rimando al recente caso Morucci) mentre i familiari delle vittime vengono dimenticati. Addolora, dunque, che praticamente tutti i mass media abbiamo saltato la parte intermedia dell’intervento di Di Pietro, e abbiamo riferito, del tutto inesattamente, l’espressione “il silenzio uccide, il silenzio è mafioso”, al giudizio di Di Pietro sulla imparzialità del Presidente Napolitano.
In tal modo ascoltatori e lettori hanno ricevuto l’informazione, del tutto errata, che Di Pietro abbia dato del mafioso a Napolitano. Addolora che sulla base di questa informazione errata l’ex Presidente Oscar Luigi Scalfaro abbia parlato addirittura di “reato”. E infine, oltre che addolorare, indigna che alla testa delle accuse infondate a Di Pietro sia stata fin dal primo momento una testata fondata dall’uomo la cui frase più famosa, e più che mai attuale, suona: la verità è rivoluzionaria.

Sondaggio: Napolitano custode della Costituzione?

(29 gennaio 2009)


Fidarsi di Putin?

Agosto 19, 2008

Eccoci qui a commentare questa bellissima notizia: Putin invade la Georgia. Ovviamente sono Putin e i suoi amici petrolier-imprenditori forse massoni e mafiosacci ad aver mosso queste scelte, mica altro. Purtroppo la notizia non mi ha per nulla sorpreso, ma, forse questo deriva dalla mia ignoranza della politica internazionale, mi sembra tutto così normale: la Russia con il suo leader autoritario sta risollevandosi e da superpotenza si riprende ciò che è suo. Oggi Georgia, ieri Kosovo. E la Cina con il Tibet? Cambia molto? Non mi pare. Ora tutti si scandalizzano ed ammettono l’errore di aver accreditato Putin come interlocutore democratico o comunque affidabile. Peccato non avergli assegnato le olimpiadi, sarebbe stato davvero imbarazzante e tragicamente ironico. Resta comunque e sempre l’impressione che tutto questo smuova tanto in apparenza ma poco in sostanza: vorrei proprio vedere i flussi di denaro che si muovono e si muoveranno nei prossimi mesi tra America e Russia, tanto per dirne una. Vien quindi da dire: non ci prendete per il culo, ok? Fate che entrare in casa e spararci per i vostri sporchi giochi di potere senza troppe storie. Ovviamente per me non è così, si lotterà, ma.
Solo un ultimo appunto: segnate questa storia alla voce “Fare patti con il diavolo”. Le prossime puntate le osserveremo insieme tutti insieme.
Copincollo un bell’articolo che parla della situazione.

«Basta illusioni: non fidiamoci di Putin»
Brzezinski: «Come Stalin e Hitler. Ora l’Occidente deve farsi sentire»

Zbigniew Brzezinski, che cosa deve pensare il mondo dell’invasione russa della Georgia?
«Ciò che è in gioco, fondamentalmente, è il tipo di ruolo che la Russia vuole ricoprire nel nuovo sistema internazionale. Sfortunatamente, Putin sta avviando la Russia su una rotta che ricorda da vicino quella di Stalin e di Hitler sul finire degli anni Trenta. Il ministro degli Esteri svedese, Carl Bilt, ha sottolineato il parallelo tra la “giustificazione” di Putin per smembrare la Georgia — la presenza russa nell’Ossezia del Sud — e le tattiche di Hitler nei confronti della Cecoslovacchia, per “liberare” i tedeschi sudeti. Ancor più minacciosa è l’analogia tra quello che Putin sta facendo in Georgia e quello che Stalin fece in Finlandia, vale a dire, sovvertire con l’uso della forza la sovranità di un piccolo Stato confinante democratico. A tutti gli effetti, morali e strategici, la Georgia è la Finlandia dei nostri giorni. La questione che oggi la comunità internazionale deve affrontare è come reagire a una Russia che ricorre sfacciatamente all’uso della forza, con un più vasto disegno imperiale in mente: reintegrare il territorio ex sovietico sotto il dominio del Cremlino e impedire all’Occidente l’accesso al Mar Caspio e all’Asia centrale, grazie al controllo sull’oleodotto Baku/Ceyhan che attraversa la Georgia. Se la Georgia capitolerà, non solo l’Occidente si ritroverà tagliato fuori dal Mar Caspio e dall’Asia centrale, ma possiamo logicamente prevedere che Putin, se non troverà ostacoli, userà la medesima tattica verso l’Ucraina, Paese contro il quale ha già espresso minacce».

Che cosa può fare l’Occidente per ostacolare questi nuovi piani della Russia?
«Tutta la comunità internazionale deve dichiarare apertamente che questo tipo di comportamento verrà sanzionato con l’ostracismo e con penalizzazioni di tipo economico e finanziario. Infine, se la Russia persiste su questo cammino, verrà punita dalla comunità internazionale con l’isolamento, un rischio di portata ben più grave per il suo benessere. Gli Stati Uniti, in particolare, devono accollarsi la responsabilità maggiore per mobilitare una risposta collettiva internazionale. L’invasione della Georgia da parte della Russia è un triste commento sugli otto anni di illusioni che la Casa Bianca ha nutrito nei confronti di Putin e del suo regime. Ricordo in modo particolare due commenti: il primo di Bush, che quando incontrò Putin ebbe a dire di aver letto nella sua anima e di fidarsi di lui. Il secondo, non molto tempo fa, di Condi Rice, la quale ha affermato che i rapporti americani con la Russia non sono mai stati così buoni nel corso della storia!».

John McCain ha già suggerito che la Russia dovrebbe essere espulsa dal G8. È una misura che anche lei prenderebbe in considerazione?
«Il G8 rappresenta comunque una finzione impotente. Le misure di condanna dovranno andare ben oltre. Si tratterà di uno sforzo concertato a tutti i livelli — alle Nazioni Unite, nel Consiglio Atlantico, nell’Unione Europea e nella Nato, dietro consultazione di Giappone, Cina e altri».

L’Occidente è obbligato ad aiutare la Georgia a resistere all’attacco russo con qualche forma di sostegno militare?
«La questione non è quali sono gli obblighi dell’Occidente in questo momento. La questione riguarda i nostri interessi a lungo termine. Se la Russia, travisando il suo potere e le sue capacità, oggi intraprende un cammino apertamente nazionalistico e imperialistico, noi tutti pagheremo le conseguenze. Pertanto è importantissimo che la Russia venga fermata adesso, avviando uno sforzo concertato e globale di opposizione e di condanna dell’invasione russa. Si potrebbe arrivare a sanzioni economiche e finanziarie, anche se si spera che altri leader russi, tra cui l’élite economica, saranno capaci di conservare il sangue freddo e tener presenti quali sono le aree vulnerabili del Paese. La Russia non è in grado di affrontare un’altra Guerra fredda».

Una risposta potrebbe essere quella di ammettere immediatamente la Georgia nella Nato?
«L’Occidente ha rinunciato ad estendere il “piano d’azione” per l’inclusione della Georgia nella Nato proprio per rispetto delle obiezioni russe. Adesso è chiaro che la deferenza mostrata a Putin, alla luce delle sue dichiarate ambizioni, è stata controproducente. In reazione a quanto accaduto, la Nato dovrebbe concedere il suo piano di azione alla Georgia, rafforzando l’impegno espresso a Bucarest lo scorso marzo, che riguarda appunto l’intenzione di accogliere, in futuro, questo Paese tra gli stati membri».

Lei non ha menzionato nemmeno una volta il presidente russo, Dmitrij Medvedev, ma solo Putin. Che ruolo ha Medvedev in tutto questo?
«Un ruolo simile a quello del capo di Stato dell’Unione Sovietica nel 1950. Chi ricorda più il suo nome? La vera autorità era invece qualcuno che ancora oggi tutti ricordano… e fa rima con Putin».

Nathan Gardels
Global Viewpoint, distribuito da Tribune Media Services (Traduzione di Rita Baldassarre)
19 agosto 2008


Situazione economica in Spagna

Agosto 19, 2008

Riporto un interessante articolo da il Manifesto che parla della situazione dell’economia spagnola e delle reazioni di Zapatero che ha interrotto il suo ferragosto per correre al lavoro. Da approfondire gli accenni a scrittori come Galbraith e Rosa Luxemburg.


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/14-Agosto-2008/art3.html

COMMENTO
L’estate calda di Zapatero
Galapagos

Chrysler sta progettando una settimina lavorativa di 4 giorni. Purtroppo, quella della casa automobilistica Usa non è una «botta» di socialismo modello «lavorare meno, lavorare tutti», ma un nuovo segnale della crisi che colpisce duro i costruttori di auto. Le vendite crollano sia negli Usa che in Europa. Addittura del 28% in luglio in Spagna e per Zapatero sono dolori: la crisi incalza e il leader socialista ha dovuto interrompere le ferie e convocare d’urgenza un consiglio dei ministri per varare una manovra di sostegno che impedisca all’economia di passare da una fase di stagnazione a una di recessione.

L’interruzione delle ferie (il Ferragosto in Spagna è più «sacro» che in Italia) da parte di Zapatero è un gesto sicuramente simbolico, ma al tempo stesso il ritorno a Madrid è il segnale di una situazione economica che sta diventando gravissima. Come segnala il riaccendere della disoccupazione (tornata all’11%) ma anche una inflazione sempre più incalzante che in luglio ha toccato il 5,3% con conseguente caduta del potere d’acquisto per milioni di spagnoli. Ma la Spagna non è la sola alle prese con una fase di stagnazione che si sta trasformando in recessione. La crisi appare globale e rimbalza da una parte all’altra degli oceani.
Ieri abbiamo ricevuto pessime informazioni provenienti dall’altra sponda dell’Atlantico, ma – forse – ancora peggiori dal Pacifico. Alcuni giorni fa la Banca centrale nipponica aveva anticipato che l’economia giapponese forse era entrata in recessione. Non parlava a vanvera: visto che abbiamo saputo ieri che il Pil nel secondo trimestre è sceso in picchiata. E oggi sapremo che anche il prodotto lordo tedesco negli stessi tre mesi è andato giù: la domanda interna non tira e i consumi ristagnano. Stesse informazioni ci arriveranno oggi da Madrid, mentre dell’Italia sappiamo già tutto.
Per non parlare degli Stati uniti: i consumi non crescono anche se Bush si è dannato l’anima per far approvare dal congresso una legge che concedeva sgravi fiscali per 180 miliardi. Il tutto nella speranza vana (altra notizia che abbiamo saputo ieri) che gli americani ricominciassero a consumare e i consumi trainassero la produzione e quindi gli investimenti. Il tutto condito con una politica monetaria ultra espansiva con soldi in abbondanza e «a poco prezzo» per le banche e le altre istituzioni finanziarie che con la loro frenesia speculativa hanno provocato il boom dei consumi (ovviamente a credito) e quello dell’edilizia.
Certo, la spculazione spaventosa – e soprattutto la disattenzione delle Autorità di controllo – hanno dato il via e resa più aspra la crisi. Ma è sempre andata così, come ci ha insegnato Galbraith con un paio di famosi libri sul grande crollo e sulle follie finanziarie. Ma ridurre tutto alla speculazione e agli aumenti del prezzo del petrolio è misero. L’origine delle crisi – mi rendo conto che è un po’ retrò e ideologico affermarlo – e nella natura stessa del capitalismo. Nella cattiva distribuzione dei redditi, nel lavoro che produce ricchezza che finisce in tasche altrui. Nella scelta – questa sì solo ideologica – di lasciare mano libera agli imprenditori. Anche su tematiche sociali (scuola, sanità, previdenza, casa) per consentirgli di allargare le frontiere del profitto. E nascono da questa logica le privatizzazioni di «tutto», anche dell’acqua.
Per proseguire lungo la strada di uno sviluppo distorto, il capitalismo globale ha progressivamente allargato il mercato come aveva intuito Marx e come ci aveva spiegato magistralmente Rosa Luxemburg. Lo ha fatto cooptando paesi enormi come la Cina e l’India il cui sviluppo si sta rivelando una ulteriore contraddizione.
Oggi sapremo cosa deciderà un governo socialista: le prime indicazioni sulla manovra che varerà Zapatero non sono tutte buone. Sembra che non mancherà una nuova ondata di privatizzazioni e liberalizzazioni. Comunque vada siamo certi che a Madrid andrà meglio che a Roma dove con la manovra d’agosto si è dato il via a un processo di strangolamento dell’economia.


2 articoli 2 su piazza Navona 8 luglio 2008

Luglio 11, 2008

Come sempre, negli ultimi anni, le piazze che non vanno bene sono quelle degli altri. Gli altri, nello specifico, sono quelli che non seguono il badrone o Al Tappone come lo chiamano ultimamente. C’è chi, come Nanni Moretti, pensa che sia stato un errore far intervenire Grillo e la Guzzanti, forse persino Travaglio è stato eccessivo. Questo perché s’è dato un bell’appiglio alle critiche e alle bordate del regime mediatico, squadrista e becero come tutti lo conosciamo. Io sono d’accordo con Moni Ovadia, certe critiche agli organizzatori mi sembrano eccessive, oltretutto dovremmo sapere benissimo che le balle e gli attacchi ci sarebbero stati comunque, al costo di mentire spudoratamente o trovare il pelo nell’uovo. Lo ricordo benissimo il servizio di Studio Aperto che accusava Grillo di aver fatto uno spettacolo a pagamento chiudendo il centro di Bologna per il suo primo V day. Vorrei invece che non succedesse quel che mi si srotola sotto gli occhi, in questi giorni: le gambe tremano, gli attacchi interni partono trasversalmente. Sabina hai sbagliato, Grillo non vai bene, Travaglio sei sempre il solito! Sia chiaro, le opinioni non vanno omologate, ma non vanno condizionate dalla paura e soprattutto non ci si deve spostare di un passo dalla posizione reale: viviamo in una Italia plagiata e abbindolata dai media, bisogna ricordarlo a tutti ed in ogni momento, senza censurarsi o buttare fuori dalle manifestazioni gruppi o persone che potrebbero essere strumentalizzate. Si darebbe ragione al regime mediatico! In fondo Grillo ha semplicemente ricordato ragioni sacrosante, la Guzzanti ha sottolineato che, se certe notizie sono vere, una certa persona dovrebbe andarsene, e Travaglio ha sottolineato con forza che non ci piace Berlusconi e non ci piace nemmeno la linea di un Veltroni che finisce per fare i comodi di Berlusconi, che cambi, perché finora i risultati sono pessimi e che si finisca con un dialogo che non è possibile. Il dialogo nasce da interessi veri e convergenti per il bene comune, da volontà di mettersi in gioco: su giustizia e tv ed economia, su mille altri argomenti non c’è alcuna volontà di mettere sul piatto, solo due linee che si allontanano. Allora che sia opposizione e che la sinistra faccia quel che deve, con la giusta cattiveria e senza impicci schifosi.

commenti


Foto tratta da micromega online
Foto di micromega

Caro direttore,
quando tutta la stampa (Unità compresa), tutte le tv e persino alcuni protagonisti dicono la stessa cosa, e cioè che l’altroieri in Piazza Navona due comici (Beppe Grillo e Sabina Guzzanti) e un giornalista (il sottoscritto) avrebbero “insultato” e addirittura “vilipeso” il capo dello Stato italiano e quello vaticano, la prima reazione è inevitabile: mi sono perso qualcosa? Mi sono distratto e non ho sentito alcune cose – le più gravi – dette da Beppe, da Sabina e da me stesso? Poi ho controllato direttamente sui video, tutti disponibili su you tube e sui siti di vari giornali, e sono spiacente di comunicarti che nulla di ciò che è stato scritto e detto da tv e giornali (Unità compresa) è realmente accaduto: nessuno ha insultato né vilipeso Giorgio Napolitano né Benedetto XVI. Nessuno ha “rovinato una bella piazza”. E’ stata, come tu hai potuto constatare de visu, una manifestazione di grande successo, sia per la folla, sia per la qualità degli interventi (escluso ovviamente il mio).

Per la prima volta si sono fuse in una cinque piazze che finora si erano soltanto sfiorate: quella di Di Pietro, quella di molti elettori del Pd, quella della sinistra cosiddetta radicale, quella dei girotondi e quella dei grillini, non sempre sovrapponibili. E un minimo di rigetto era da mettere in conto. Ma è stata una bella piazza plurale, sia sotto che sopra il palco: idee, linguaggi, culture, sensibilità, mestieri diversi, uniti da un solo obiettivo. Cacciare il Caimano. Le prese di distanza e i distinguo interni, per non parlare delle polemiche esterne, sono un prodotto autoreferenziale del Palazzo (chi fa politica deve tener conto degli alleati, delle opportunità, degli elettori, di cui per fortuna gli artisti e i giornalisti, essendo “impolitici”, possono tranquillamente infischiarsi). La gente invece ha applaudito Grillo e Sabina come Colombo (anche quando ha chiesto consensi per Napolitano), Di Pietro, Flores e gli altri oratori, ma anche i politici delle più varie provenienze venuti a manifestare silenziosamente. Applausi contraddittorii, visto che gli applauditi dicevano cose diverse? Non credo proprio. Era chiaro a tutti che il bersaglio era il regime berlusconiano con le sue leggi canaglia, compresi ovviamente quanti non gli si oppongono.

Come mai allora questa percezione non è emersa, nemmeno nei commenti delle persone più vicine, come per esempio te e Furio? Io temo che viviamo tutti nel Truman Show inaugurato 15 anni fa da Al Tappone, che ci ha imposto paletti (anche mentali) sempre più assurdi e ci ha costretti, senza nemmeno rendercene conto, a rinunciare ogni giorno a un pezzettino della nostra libertà. Per cui oggi troviamo eccessivo, o addirittura intollerabile, ciò che qualche anno fa era normale e lo è tuttora nel resto del mondo libero (dove tra l’altro, a parte lo Zimbabwe, non c’è nulla di simile al governo Al Tappone). In Italia l’elenco delle cose che non si possono dire si allunga di giorno in giorno. Negli Stati Uniti, qualche anno fa, uscì senz’alcuno scandalo un libro di Michael Moore dal titolo “Stupid White Man” (pubblicato in Italia da Mondadori…), tutto dedicato alle non eccelse qualità intellettive del presidente Bush. Da dieci anni l’ex presidente Clinton non riesce a uscire da quella che è stata chiamata la “sala orale”. In Francia, la tv pubblica ha trasmesso un programma satirico in cui un attore, parodiando il film “Pulp Fiction” in “Peuple fiction”, irrompe nello studio del presidente Chirac, lo processa sommariamente per le sue innumerevoli menzogne, e poi lo fredda col mitra. A nessuno è mai venuto in mente di parlare di “antibushismo”, di “anticlintonismo”, di “antichirachismo”, di “insulti alla Casa Bianca” o di “vilipendio all’Eliseo”. Tanto più alta è la poltrona su cui siede il politico, tanto più ampio è il diritto di critica e di satira e anche di attacco personale.

Quelli che son risuonati l’altroieri in piazza Navona non erano “insulti”. Erano critiche. Grillo, insolitamente moderato e perfino affettuoso, ha detto che “a Napolitano gli voglio bene, ma sonnecchia come Morfeo e firma tutto”, compreso il via libera al lodo Alfano che crea una “banda dei quattro” con licenza di delinquere. Ha sostenuto che Pertini, Scalfaro e Ciampi non l’avrebbero mai firmato (sui primi due ha ragione: non su Ciampi, che firmò il lodo Schifani). E ha ricordato che l’altro giorno, mentre Napoli boccheggia sotto la monnezza, il presidente era a Capri a festeggiare il compleanno con la signora Mastella, reduce dagli arresti domiciliari, e Bassolino, rinviato a giudizio per truffa alla regione che egli stesso presiede. Tutti dati di fatto che possono essere variamente commentati: non insulti o vilipendi.

Io, in tre parole tre, ho descritto la vergognosa legge Berlusconi che istituisce un’ ”aggravante razziale” e dunque incostituzionale, punendo – per lo stesso reato – gli immigrati irregolari più severamente degli italiani, e mi sono rammaricato del fatto che il Quirinale l’abbia firmata promulgando il decreto sicurezza. Nessun insulto: critica. Veltroni sostiene che io avrei “insultato” anche lui, e che “non è la prima volta”. Lo invito a rivedersi il mio intervento: nessun insulto, un paio di citazioni appena: per il resto la cronistoria puntuale dell’ennesima resurrezione di Al Tappone dalle sue ceneri grazie a chi – come dice Furio Colombo – “confonde il dialogo con i suoi monologhi”. Sono altri dati di fatto, che possono esser variamente valutati, ma non è né insulto né vilipendio. O forse il Colle ha respinto al mittente qualche legge incostituzionale, e non me ne sono accorto? Sono o non sono libero di pensare e di dire che preferivo Scalfaro e i suoi no al Cavaliere? Oppure la libertà di parola, conquistata al prezzo del sangue dai nostri padri, s’è ridotta a libertà di applauso? Forse qualcuno dimentica che quella c’è anche nelle dittature. E’ la libertà di critica che contraddistingue le democrazie. Se poi a esercitarla su temi quali la laicità, gli infortuni sul lavoro, l’ambiente, la malafinanza, la malapolitica, il precariato, la legalità, la libertà d’informazione sono più i comici che i politici, questa non è certo colpa dei comici.

Poi c’è Sabina. Che ha fatto, di tanto grave, Sabina? Ha usato fino in fondo il privilegio della satira, che le consente di chiamare le cose con il loro nome senza le tartuferie e le ipocrisie del politically correct, del politichese e del giornalese: ha tradotto in italiano, con le parole più appropriate, quel che emerge da decine di cronache di giornale sulle presunte telefonate di una signorina dedita ad antichissime attività con l’attuale premier, che poi l’ha promossa ministra. Enrico Fierro ha raccolto l’altro giorno, sull’Unità, i pissi-pissi-bao-bao con cui i giornali di ogni orientamento, da Repubblica al Corriere, dal Riformatorio financo al Giornale, han raccontato quelle presunte chiamate (con la “m”). Ci voleva un quotidiano argentino, il “Clarin”, per usare il termine che comunemente descrive queste cose in Italia: “pompini”, naturalmente di Stato.

Quello di Sabina è stato un capolavoro di invettiva satirica, urticante e spiazzante come dev’essere un’invettiva satirica, senza mediazioni artistiche né perifrasi. Gli ignorantelli di ritorno che gridano “vergogna” non possono sapere che già nell’antica Atene, Aristofane era solito far interrompere le sue commedie con una “paràbasi”, cioè con un’invettiva del corifeo che avanzava verso il pubblico e parlava a nome del commediografo, dicendo la sua sui problemi della città. Anche questa è satira (a meno che qualcuno non la confonda ancora con le barzellette). Si dirà: ma Sabina ha pure mandato il papa all’inferno. Posso garantire che, diversamente da me, lei all’inferno non crede. Quella era un’incursione artistica in un genere letterario inaugurato, se non ricordo male, da Dante Alighieri. Il quale spedì anticipatamente all’inferno il pontefice di allora, Bonifacio VIII, che non gli piaceva più o meno per le stesse ragioni per cui questo papa non piace a lei e a molti: le continue intromissioni del Vaticano nella politica. Anche Dante era girotondino?

Il fatto è che un vasto e variopinto fronte politico-giornalistico aveva preparato i commenti alla manifestazione ancor prima che iniziasse: demonizzatori, giustizialisti, estremisti, forcaioli, nemici delle istituzioni, e ovviamente alleati occulti del Cavaliere. Qualunque cosa fosse accaduta, avrebbero scritto quel che hanno scritto. Lo sapevamo, e abbiamo deciso di non cedere al ricatto, parlando liberamente a chi era venuto per ascoltarci, non per usarci come pedine dei soliti giochetti. Poi, per fortuna, a ristabilire la verità sono arrivati i commenti schiumanti di Al Tappone e di tutto il centrodestra: tutti inferociti perchè la manifestazione spazza via le tentazioni di un’opposizione più morbida o addirittura di un inciucio sul lodo Alfano (ancora martedì sera, a Primo Piano, due direttori della sinistra “che vince”, Polito e Sansonetti, proclamavano in stereo: “Chi se ne frega del lodo Alfano”). La prova migliore del fatto che la manifestazione contro il Caimano e le sue leggi-canaglia è perfettamente riuscita.


http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=77057

A furia di guardare il dito

Moni Ovadia

 

La parabola dell’uomo che guarda il dito che indica, invece di guardare la luna, è fin troppo nota. La manifestazione di Piazza Navona è diventata il dito dello scandalo in una luna su cui le regole democratiche vengono infrante sistematicamente da una destra populista e demagogica al servizio di un solo uomo, che in qualsiasi paese fondato sulla civiltà del diritto non avrebbe i requisisti per essere eletto. Oggi il suo governo subisce una mozione di condanna per politiche giudicate dall’Europa razziste e discriminatorie.

E persino la nota biografica inserita nelle cartelle del G8, descrive il nostro presidente del consiglio come leader dalla reputazione per lo meno imbarazzante, e l’Italia come una nazione devastata dalla diffusa corruttela.

Eppure il coro delle prefiche pidielline si straccia le vesti per lo scandalo di piazza Navona. Perché? Perché il caravanserraglio del padrone, ha trovato un’occasione ghiotta per fare la vittima e i suoi cortigiani per gridare allo scandalo. Fingono di scandalizzarsi per gli eccessi del linguaggio, proprio loro che sul vero ed indegno linguaggio dell’eccesso hanno costruito l’identità di cui menano vanto. Le iperboli di Beppe Grillo e di Sabina Guzzanti, sono lazzi da commedia dell’arte rispetto ai furori e agli appelli alle armi di leghisti quali un Calderoli (irresponsabile sobillatore di rivolte che mettono in pericolo i nostri cittadini in paesi musulmani), di un Bossi, di un Borghezio o di un Gentilini, nell’esercizio di funzioni istituzionali. Sabina Guzzanti invece, è solo una straordinaria teatrante animata da una bruciante passione civile cacciata persecutoriamente dalla televisione di Stato, che dovrebbe essere il santuario della libertà di pensiero. Com’è corta e ipocrita la memoria di questa destra da polpettone mal digerito. Non ricordano neppure che da sempre è prerogativa del teatrante gridare al popolo che “il re è nudo”.

Ha dovuto ricordarglielo uno dei loro, Paolo Guzzanti, spezzando una lancia a difesa della figlia, che il garbato cavalier Berlusconi ha dato del coglione a metà degli italiani solo per non averlo votato. Guzzanti sì che ha subito un’aggressione di inaudita volgarità da parte della ministra Carfagna, solo per essere il padre Sabina. Detto ciò, per restituire evidenza al fatto che la destra non ha titoli per rivolgere critiche a qualsivoglia volgarità, né tanto meno per dare lezioni di deontologia del linguaggio, è bene chiarire che il principale e precipuo scopo del popolo e degli organizzatori di piazza Navona è stato e rimane quello di lanciare un allarme per la mobilitazione contro lo scempio che viene fatto del nostro sistema politico e della legalità costituzionale da parte di forze politiche prone agli interessi del loro leader carismatico.

Personalmente, nel mio breve intervento, mi sono limitato a considerazioni di natura squisitamente politica, anche se il tono delle mie parole era accorato ed indignato. Perché sia chiaro, che noi si faccia o meno il mestiere dell’arte scenica, prima di tutto siamo esseri umani e cittadini pensanti che partecipano a pieno titolo alla vita sociale e politica del Paese e sempre più sono sollecitati a farlo soprattutto dalle giovani generazioni.

Ma veniamo al vero punctum dolens della questione: i rapporti fra le opposizioni – e nella fattispecie fra gli organizzatori di piazza Navona – i cittadini che hanno risposto alla chiamata, e il Pd. Alcune delle critiche rivolteci con onestà ed acume, non vanno respinte per partito preso e meritano il massimo rispetto. Non vi è dubbio che per certi aspetti la manifestazione sia caduta in una trappola ben tesa, tuttavia non prenderò pelose distanze dagli altri intervenuti perché non ritengo decoroso questo tipo di puntualizzazione. Per quanto mi riguarda, non sono salito sul palco contro il Pd e ciò vale indubbiamente anche per la stragrande maggioranza dei partecipanti. Ho sostenuto il nuovo partito con la passione e il coinvolgimento che caratterizza sempre il mio impegno: ero e rimango convinto che l’Italia abbia bisogno di un grande partito riformista. Proprio per questa ragione, da quel partito, che ha subito una severa battuta d’arresto alle elezioni, mi aspetto un’opposizione forte, adamantina, a voce alta. L’insistenza sul dialogo con forze che non vogliono e non possono dialogare senza entrare in contraddizione con se stesse, francamente è parso a molti di noi incomprensibile, soprattutto perché proposto da posizioni di debolezza.

Inoltre, mai come in questa circostanza, si è confermato che il lupo perde il pelo ma non il vizio. Uno dei pericoli più insidiosi che corre la politica istituzionale è quello dell’autoreferenzialità, lo si è inequivocabilmente constatato nell’imperdonabile débacle delle elezioni romane.

Ora, io non pretendo di avere un osservatorio infallibile, ma quando girando in ogni angolo del Paese sento ininterrottamente le voci impastate di amarezza e di umiliazione di elettori del Pd che ti guardano con espressione ferita dicendo: “tanto sono tutti uguali”, capisci che devi rialzare la testa per tentare con tutte le forze di arginare l’irrimediabile.

Pubblicato il: 11.07.08
Modificato il: 11.07.08 alle ore 13.19


articoli vari

Giugno 17, 2008

http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=76317

Avviso d´emergenza
Furio Colombo

Voci di estremo allarme si alzano nel Paese in cui un nuovo governo aveva fatto finta, sulle prime, di essere normale, un qualunque governo di destra europeo. Improvvisamente annuncia di seguito – e si prepara a imporre per decreto e con l´approvazione automatica della sua maggioranza – una serie di leggi con cui inventa un clima di tensione e paura. E risponde a quel clima inventato con leggi liberticide, anticostituzionali e contro il diritto di sapere. L´opinione pubblica libera e informata viene proclamata il nemico da eliminare. Si rivela il volto del nuovo governo. Come è stato detto da Antonio Di Pietro, è un volto che evoca paesi ad alto rischio come la Colombia. Ecco alcune voci che descrivono il nostro Paese oggi.

Stefano Rodotà: «Siamo di fronte a un fenomeno che l´Italia ha conosciuto in altri decenni: le leggi speciali.

Giovanni Sartori: «La Carta della prima Repubblica non è stata abolita perché non c´è più bisogno di rifarla. La si può svuotare dall´interno. Basta paralizzare la magistratura. Alla fine il potere politico comanda da solo».

Marco Travaglio: «Personalmente annuncio fin d´ora che continuerò a informare i lettori senza tacere nulla di quello che so. Continuerò a pubblicare atti di indagine e intercettazioni che riuscirò a procurarmi, come ritengo giusto e doveroso al servizio dei cittadini. Lo farò in base all´art. 21 della Costituzione e all´art. 10 della Convenzione europea sui diritti dell´uomo».

Eugenio Scalfari: «Attenti al risveglio. Può essere durissimo. Può essere il risveglio di un Paese senza democrazia».

Ecco che cosa è accaduto: militarizzazione del territorio «per ragioni strategiche»; uso dei soldati per il pattugliamento delle aree urbane; divieto quasi assoluto delle intercettazioni telefoniche nelle indagini, con limiti scandalosi e risibili (interrompere dopo tre mesi, non poterle utilizzare se si accerta un nuovo reato!) per le poche intercettazioni possibili; impunità (ancora non si sa per che cosa) al primo ministro garantita dal ritorno del vergognoso «lodo Schifani». Torna il passato e torna al peggio. Rivediamolo.

* * *

Un giorno dell´anno 2002, il secondo anno di direzione de l´Unità rinata e rifondata (non più di partito, non più vincolata ad alcuna ortodossia, ispirata alle battaglie «liberal» della stampa anglosassone, pragmatica e intransigente) direttore e il condirettore di questo nuovo corso (ovvero Antonio Padellaro e io) si sono presentati a una assemblea di senatori Ds per spiegare perché nel descrivere le imprese del governo Berlusconi di allora, fondato su una serie di «leggi vergogna», di «leggi ad personam» e di progetti di svuotamento o annullamento della seconda parte della Costituzione (in modo da colpire, sterilizzandoli, i principi democratici fondanti della prima parte della Costituzione, da cui nasce la nostra libertà) perché l´Unità usasse ripetutamente e con piena convinzione la parola «regime».

L´accusa era di estremismo. Ma uno strano estremismo. Non eravamo colpevoli di squilibri e tensioni ideologiche. Il nostro singolare e mal tollerato estremismo non si misurava sulla causa dei lavoratori ma sulle accuse al primo ministro. Dicevamo che godeva della speciale potenza, di una ricchezza immensa e che usava liberamente, impunito, i vantaggi di un gigantesco conflitto di interessi che gli consentiva di governare insieme il pubblico e il privato e di bloccare le informazioni, stava dando segni sempre più chiari di tracimare ogni argine, passare ogni limite, e piegare norme e leggi, anche europee, ai suoi interessi privati. Già allora l’operare politico di Berlusconi era come una bomba a grappolo. Ogni nuovo colpo assestato ai codici italiani portava immediate conseguenze private per il legislatore-beneficiario, un serie di distorsioni e anomalie estranee all´Europa nel sistema giuridico e una catena di conseguenze di fatto su soggetti estranei, come il blocco o l´impossibilità di decine di altri processi o la cancellazione di fatto di altre azioni penali.

Ma l´accusa è rimasta, come se si fosse trattato di un ossessione privata e personale. La frase tipica era: dire «regime» è una sciocchezza.

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il nucleare?

Maggio 26, 2008

Ecco qui sul blog di Luttazzi riportati alcuni pezzi da un’intervista di Rubbia.

http://www.danieleluttazzi.it/node/353

Molto interessante. Basterebbe un quadrato fatto da pannelli solari di 200 km di lato per risolvere il problema energia. Del mondo, non della mia tavernetta.

Poi ci si impressiona dei V-day. Un vaffanculo lo direi anch’io, se fossi un terrorista maleducato arringapopoli. ;)

Tra l’altro è molto interessante vedere come l’occhiello stigmatizzi con un Sì al nucleare subito. Mi sembra fuorviante. Rubbia dice che sarebbero possibili piccole centrali nucleari, ma che basterebbe puntare al solar e all’eolico e subito per risolvere i problemi. Va beh, buona lettura.

Ecco qui l’intervista di Rubbia:

Sì al nucleare innovativo con piccole centrali senza uranio
Ma non esiste un nucleare sicuro o a bassa produzione di scorie

Rubbia: “Né petrolio né carbone
soltanto il sole può darci energia”

di GIOVANNI VALENTINI

 

Carlo Rubbia in un disegno di Riccardo Mannelli

GINEVRA – Petrolio alle stelle? Voglia di nucleare? Ritorno al carbone? Fonti rinnovabili? Andiamo a lezione di Energia da un docente d’eccezione come Carlo Rubbia, premio Nobel per la Fisica: a Ginevra, dove ha sede il Cern, l’Organizzazione europea per la ricerca nucleare. Qui, a cavallo della frontiera franco-svizzera, nel più grande laboratorio del mondo, il professore s’è ritirato a studiare e lavorare, dopo l’indegna estromissione dalla presidenza dell’Enea, il nostro ente nazionale per l’energia avviluppato dalle pastoie della burocrazia e della politica romana.

Da qualche mese, Rubbia è stato nominato presidente di una task-force per la promozione e la diffusione delle nuove fonti rinnovabili, “con particolare riferimento – come si legge nel decreto del ministro dell’Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio – al solare termodinamico a concentrazione”. Un progetto affascinante, a cui il premio Nobel si è dedicato intensamente in questi ultimi anni, che si richiama agli specchi ustori di Archimede per catturare l’energia infinita del sole, come lo specchio concavo usato tuttora per accendere la fiaccola olimpica. E proprio mentre parliamo, arriva da Roma la notizia che il governo uscente, su iniziativa dello stesso ministro dell’Ambiente e d’intesa con quello dello Sviluppo Economico, Pierluigi Bersani, ha approvato in extremis un piano nazionale per avviare anche in Italia questa rivoluzione energetica.

Prima di rispondere alle domande dell’intervistatore, da buon maestro Rubbia inizia la sua lezione con un prologo introduttivo. E mette subito le carte in tavola, con tanto di dati, grafici e tabelle.


Il primo documento che il professore squaderna preoccupato sul tavolo è un rapporto dell’Energy Watch Group, istituito da un gruppo di parlamentari tedeschi con la partecipazione di scienziati ed economisti, come osservatori indipendenti. Contiene un confronto impietoso con le previsioni elaborate finora dagli esperti della IEA, l’Agenzia internazionale per l’energia. Un “outlook”, come si dice in gergo, sull’andamento del prezzo del petrolio e sulla produzione di energia a livello mondiale. Balzano agli occhi i clamorosi scostamenti tra ciò che era stato previsto e la realtà.

Dalla fine degli anni Novanta a oggi, la forbice tra l’outlook della IEA e l’effettiva dinamica del prezzo del petrolio è andata sempre più allargandosi, nonostante tutte le correzioni apportate dall’Agenzia nel corso del tempo. In pratica, dal 2000 in poi, l’oro nero s’è impennato fino a sfondare la quota di cento dollari al barile, mentre sulla carta le previsioni al 2030 continuavano imperterrite a salire progressivamente di circa dieci dollari di anno in anno. “Il messaggio dell’Agenzia – si legge a pagina 71 del rapporto tedesco – lancia un falso segnale agli uomini politici, all’industria e ai consumatori, senza dimenticare i mass media”.

Analogo discorso per la produzione mondiale di petrolio. Mentre la IEA prevede che questa possa continuare a crescere da qui al 2025, lo scenario dell’Energy Watch Group annuncia invece un calo in tutte le aree del pianeta: in totale, 40 milioni di barili contro i 120 pronosticati dall’Agenzia. E anche qui, “i risultati per lo scenario peggiore – scrivono i tedeschi – sono molto vicini ai risultati dell’EWG: al momento, guardando allo sviluppo attuale, sembra che questi siano i più realistici”. C’è stata, insomma, una ingannevole sottovalutazione dell’andamento del prezzo e c’è una sopravvalutazione altrettanto insidiosa della capacità produttiva.

Passiamo all’uranio, il combustibile per l’energia nucleare. In un altro studio specifico elaborato dall’Energy Watch Group, si documenta che fino all’epoca della “guerra fredda” la domanda e la produzione sono salite in parallelo, per effetto delle riserve accumulate a scopi militari. Dal ‘90 in poi, invece, la domanda ha continuato a crescere mentre ora la produzione tende a calare per mancanza di materia prima. Anche in questo caso, come dimostra un grafico riassuntivo, le previsioni della IEA sulla produzione di energia nucleare si sono fortemente discostate dalla realtà.

Che cosa significa tutto questo, professor Rubbia? Qual è, dunque, la sua visione sul futuro dell’energia?

“Significa che non solo il petrolio e gli altri combustibili fossili sono in via di esaurimento, ma anche l’uranio è destinato a scarseggiare entro 35-40 anni, come del resto anche l’oro, il platino o il rame. Non possiamo continuare perciò a elaborare piani energetici sulla base di previsioni sbagliate che rischiano di portarci fuori strada. Dobbiamo sviluppare la più importante fonte energetica che la natura mette da sempre a nostra disposizione, senza limiti, a costo zero: e cioè il sole che ogni giorno illumina e riscalda la terra”.

Eppure, dagli Stati Uniti all’Europa e ancora più nei Paesi emergenti, c’è una gran voglia di nucleare. Anzi, una corsa al nucleare. Secondo lei, sbagliano tutti?

“Sa quando è stato costruito l’ultimo reattore in America? Nel 1979, trent’anni fa! E sa quanto conta il nucleare nella produzione energetica francese? Circa il 20 per cento. Ma i costi altissimi dei loro 59 reattori sono stati sostenuti di fatto dal governo, dallo Stato, per mantenere l’arsenale atomico. Ricordiamoci che per costruire una centrale nucleare occorrono 8-10 anni di lavoro che la tecnologia proposta si basa su un combustibile, l’uranio appunto, di durata limitata. Poi resta, in tutto il mondo, il problema delle scorie”.

Ma non si parla ormai di “nucleare sicuro”? Quale è la sua opinione in proposito?

“Non esiste un nucleare sicuro. O a bassa produzione di scorie. Esiste un calcolo delle probabilità, per cui ogni cento anni un incidente nucleare è possibile: e questo evidentemente aumenta con il numero delle centrali. Si può parlare, semmai, di un nucleare innovativo”.

In che cosa consiste?

“Nella possibilità di usare il torio, un elemento largamente disponibile in natura, per alimentare un amplificatore nucleare. Si tratta di un acceleratore, un reattore non critico, che non provoca cioè reazioni a catena. Non produce plutonio. E dal torio, le assicuro, non si tira fuori una bomba. In questo modo, si taglia definitivamente il cordone fra il nucleare militare e quello civile”.

Lei sarebbe in grado di progettare un impianto di questo tipo?

“E’ già stato fatto e la tecnologia sperimentata con successo su piccola scala. Un prototipo da 500 milioni di euro servirebbe per bruciare le scorie nucleari ad alta attività del nostro Paese, producendo allo stesso tempo una discreta quantità di energia”.

Ora c’è anche il cosiddetto “carbone pulito”. La Gran Bretagna di Gordon Brown ha riaperto le sue miniere e negli Usa anche Hillary Clinton s’è detta favorevole…

“Questo mi ricorda la storia della botte piena e della moglie ubriaca. Il carbone è la fonte energetica più inquinante, più pericolosa per la salute dell’umanità. Ma non si risolve il problema nascondendo l’anidride carbonica sotto terra. In realtà nessuno dice quanto tempo debba restare, eppure la CO2 dura in media fino a 30 mila anni, contro i 22 mila del plutonio. No, il ritorno al carbone sarebbe drammatico, disastroso”.

E allora, professor Rubbia, escluso il petrolio, escluso l’uranio ed escluso il carbone, quale può essere a suo avviso l’alternativa?

“Guardi questa foto: è un impianto per la produzione di energia solare, costruito nel deserto del Nevada su progetto spagnolo. Costa 200 milioni di dollari, produce 64 megawatt e per realizzarlo occorrono solo 18 mesi. Con 20 impianti di questo genere, si produce un terzo dell’elettricità di una centrale nucleare da un gigawatt. E i costi, oggi ancora elevati, si potranno ridurre considerevolmente quando verranno costruiti in gran quantità”.

Ma noi, in Italia e in Europa, non abbiamo i deserti…

“E che vuol dire? Noi possiamo sviluppare la tecnologia e costruire impianti di questo genere nelle nostre regioni meridionali o magari in Africa, per trasportare poi l’energia nel nostro Paese. Anche gli antichi romani dicevano che l’uva arrivava da Cartagine. Basti pensare che un ipotetico quadrato di specchi, lungo 200 chilometri per ogni lato, potrebbe produrre tutta l’energia necessaria all’intero pianeta. E un’area di queste dimensioni equivale appena allo 0,1 per cento delle zone desertiche del cosiddetto sun-belt. Per rifornire di elettricità un terzo dell’Italia, un’area equivalente a 15 centrali nucleari da un gigawatt, basterebbe un anello solare grande come il raccordo di Roma”.

Il sole, però, non c’è sempre e invece l’energia occorre di giorno e di notte, d’estate e d’inverno.

“D’accordo. E infatti, i nuovi impianti solari termodinamici a concentrazione catturano l’energia e la trattengono in speciali contenitori fino a quando serve. Poi, attraverso uno scambiatore di calore, si produce il vapore che muove le turbine. Né più né meno come una diga che, negli impianti idroelettrici, ferma l’acqua e al momento opportuno la rilascia per alimentare la corrente”.

Se è così semplice, perché allora non si fa?

“Il sole non è soggetto ai monopoli. E non paga la bolletta. Mi creda questa è una grande opportunità per il nostro Paese: se non lo faremo noi, molto presto lo faranno gli americani, com’è accaduto del resto per il computer vent’anni fa”.


(30 marzo 2008)