In questi articoli potremo ammirare il meglio del meglio italiano.
Prima un commento sulla carriera di quello che potrebbe diventare un moralizzatore dell’italian cosa: Moggi! Ovviamente lui, in un passaggio dell’intervista, fa notare come lui e Mastella siano simili per quella che, agli occhi di tutti, sembra essere una qualità. Quale? Essere cattolici! Allora, chiariamo subito: essere cattolici non è una qualità e non è qualcosa di cui vantarsi, anche e soprattutto di questi tempi. Tralasciando che ognuno di noi, leggendo l’intervista, aveva pensato alla fede dei due personaggioni in ballo ma subito dopo ad un’altra attitudine in comune. Questo avviene, però, perché siamo dei comunisti forcaioli con forti pregiudizi e perché ci ricordiamo benissimo di quando Mastella si era autodefinito il Moggi della politica lasciandoci allibiti ancor prima di leggere con i nostri occhi quel che Lucky Luciano è per il calcio. A voi i giudizi, è ugualmente interessante tenere memoria di certe interviste.
Inoltre abbiamo tre articoli di giornalisti seri, quindi additati di vetero-stalinismo, uno di Gian Antonio Stella, bello, uno di Furio Colombo e uno di Oliviero Beha. Prendere appunti è doveroso.
Buona lettura.
«L’ipotesi di una mia candidatura terrorizza un sacco di gente»
E Moggi torna in campo:
mi voterebbero 9 milioni di juventini
L’ex dg della squadra e l’abbraccio a Casini: dice cose serie e poi è cattolico come me
| L’abbraccio Moggi-Casini |
ROMA — Luciano Moggi, senta: ma quell’abbraccio, sabato, a Roma, con Pier Ferdinando Casini?
«Casini è mio amico, e poi aveva fatto proprio un bel discorso. Pieno di cose serie, nuove, credibili…».
La cosa piuttosto incredibile, se permette, è lei: sotto il palco di un politico, ad applaudire, in piena campagna elettorale.
«Incredibile? Ma lei ha idea di come sia grave la situazione sociale ed economica del Paese? E allora, beh, io mi interesso, cerco di capire, partecipo. Solo chi non mi conosce…».
Sì, certo. Però diciamo la verità. Se lei, l’ex direttore generale della Juventus radiato dalla giustizia sportiva, con soprannomi eloquenti come Big Luciano o Lucky Luciano, sospettato d’essere il gran burattinaio del calcio italiano e con un processo penale ancora aperto a Napoli, ecco, se lei va ad abbracciare il gran capo dell’Udc…
«Ero a Roma, ho saputo che Pier Ferdinando aveva organizzato quella cosa e…».
Solo che lei non fa mai niente per caso. Lei era un semplice capostazione ferroviario a Civitavecchia. Lei è furbo, geniale, cinico. Lo ammetta: lei si candida con l’Udc.
«Ah ah ah!…».
C’è da ridere?
«Ha visto il titolo che ha fatto Il Giornale? Hanno titolato, in prima pagina: “I valori dell’Udc? Moggi candidato”… Sa che penso?».
Cosa?
«Mi temono. Sono spaventati, terrorizzati dall’idea che io mi possa candidare. E sa perché?».
Perché la Juventus, in Italia, ha una tifoseria stimata tra i dodici e i tredici milioni.
«Ecco, appunto: e io ora le aggiungo pure il dato di sondaggio».
C’è un sondaggio?
«Certo. E sa quanti tifosi juventini mi voterebbero?».
Lei ha mandato la Juve in B e…
«Ah ah ah!… Lei sa che io la Juve l’ho fatta vincere, e bene, e infatti… il 75% dei tifosi mi voterebbe con entusiasmo».
Nove milioni.
«Un bel mucchietto di voti, eh?».
Insomma: si candida o no?
«Non me lo hanno ancora chiesto, ma certo che…».
Quando è diventato amico di Casini?
«Allo stadio Olimpico, a Roma. Sa, lì in tribuna d’onore c’è sempre un gran passeggio e io e lui ci siamo presi subito. Lo stimo, è una persona credibile, onesta. E poi…».
È tifoso del Bologna.
«Sì, anche. No, volevo dire che è cattolico, come me».
Già, vero: lei è pure cattolico.
«Non troppo praticante, ma trovo grande forza nella religione».
È andato in pellegrinaggio sulla tomba di Padre Pio…
«E poi persino a Lourdes. Sa, se non avessi avuto una fede profonda, non sarei riuscito a resistere a tutte le ingiustizie…».
Va bene che ora s’è messo a frequentare le adunate politiche: ma quando frequentava gli stadi…
«Guardi, io sono diverso da come vengo descritto… Per dire: adesso, con l’Inter, gli arbitri si stanno comportando esattamente come si comportavano con la Juve».
Come?
«Elargiscono favori non richiesti. Anche se con la squadra di Moratti stanno esagerando. Ad esempio, contro la Roma…».
Contro la Roma?
«Una vergogna. L’arbitro doveva espellere l’interista Burdisso e lasciare in campo il romanista Mexes. Invece ha fatto il contrario… E poi comunque…».
Comunque?
«No, dico: se io e lei dobbiamo continuare a chiacchierare, possiamo pure darci del tu… ho una rubrica su Libero, sono un po’ giornalista anch’io…»
Moggi, ho qualche difficoltà.
«Ah ah ah! Ho capito… lei dev’essere un tifoso ancora un po’ arrabbiato… magari è della Roma, eh?».
Fabrizio Roncone
03 marzo 2008
La battuta a un collaboratore sull’età: «SONO VECCHIO Ma non sono ancora rinc…»
E Silvio archiviò i miracoli
Il leader cambia linea anche sulla pressione fiscale: ridurla sotto il 40 %
E la chioma? Deciderà anche di mostrarsi pelato e senza quei capelli arancioni tanto sagomati da sembrare un parrucchino? L’interrogativo non è così eccentrico dopo che ieri Silvio Berlusconi, rompendo un tabù, si è girato verso un collaboratore che gli parlava all’orecchio sbuffando divertito: «È inutile che suggerisci. Sarò vecchio ma non sono ancora rincoglionito». Stupore tra gli astanti: vecchio? Lui? La battuta in realtà, giura chi lo conosce, è tutta nel solco di una nuova strategia del Cavaliere. Lo spiegò benissimo, anni fa, don Gianni Baget Bozzo, che in questi anni è stato il cappellano militare di Forza Italia: «Le gaffes di Berlusconi non sono gaffes. Lui fa finta ma è tutto già pensato, già voluto. Sperimenta, cerca, manda messaggi, anticipa. Sono uno strumento di comunicazione e di direzione politica». Vale per le gaffes, vale per il resto. Anche se un giorno gigioneggiò sul suo essere «come Biancaneve in un mondo che non è una fiaba » e ancora insiste talora nel definirsi un imprenditore «costretto dalla storia ad assumersi questo ruolo», il leader azzurro ha imparato da un pezzo a «far politica». Anzi, non lascia niente al caso. Straordinario «annusatore» del mercato, ama dire che sa farsi «concavo e convesso». Un prodotto non va più? Lo cambia. Con una rapidità di decisione che gli altri politici italiani se la sognano. Ed è lì la chiave per capire le ultime svolte. Tre su tutte. La prima: abolizione dei sogni. Ci aveva giocato per anni, sul tema. Non solo nel messaggio con cui segnò il suo ingresso in politica. Si vantava di avere voluto lui preziose riedizioni de «L’Elogio della follia» di Erasmo da Rotterdam e de «L’Utopia » di Tommaso Moro. Scriveva libri dal titolo «La forza di un sogno». Definiva Forza Italia «una nave di sognatori ». Assicurava che il suo governo «stava realizzando il sogno di cambiare l’Italia». E ancora due anni fa teorizzava: «Ai cittadini bisogna presentare un sogno, un progetto ambizioso per il futuro, e noi stiamo pensando a quello». Per non dire dei miracoli. Promessi e rivendicati: «Vi dico che dobbiamo costruire insieme, per noi e per i nostri figli, un nuovo miracolo italiano». «Coi vincoli europei non possiamo fare una vera politica economica, tanto meno la vecchia politica dei cambi. Possiamo fare solo i miracoli quotidiani». «Abbiamo fatto semplicemente i miracoli. Nessuno ha fatto mai di più della coppia Berlusconi-Letta…». Bene: tutto cambiato. Al punto di lanciare questo messaggio: «La situazione è molto, molto difficile e gli italiani devono essere consapevoli di questo. Nel programma c’è una frase precisa, ossia: non promettiamo e non facciamo miracoli». Seconda svolta: l’impegno, tra le sette «missioni », a ridurre la pressione fiscale «sotto il 40 per cento ». Una sterzata poco notata da amici e avversari, ma clamorosa. Fin dal suo trionfale debutto, infatti, il Cavaliere aveva battuto e ribattuto su un punto: «Se i cittadini sentono che lo Stato non li rapina ma gli chiede il giusto saranno contenti di pagare le tasse e le entrate dello Stato aumenteranno ». Dunque, due sole aliquote: 23% fino a 200 milioni di lire, 33 per cento oltre. Tesi liquidata da Giulio Tremonti, pochi giorni prima di diventare un ministro berlusconiano, come una «panzana». Peggio: «Miracolismo finanziario». Ma cocciutamente perseguita dal Cavaliere per anni. Cavalcata nella campagna elettorale del 2001: «Per il Mezzogiorno, quando sarò al governo, chiederò al commissario Ue Monti gli stessi sgravi fiscali dell’Irlanda. Ridurrò l’Irpeg al 25%». «Con buon senso e attenzione, nell’arco di tre-quattro anni ridurremo la pressione fiscale dal 47 al 35%. E taglieremo del 20% il prelievo Irpef». Controfirmata nel famoso «contratto con gli italiani»: «Punto primo: Abbattimento della pressione fiscale con l’esenzione totale dei redditi fino a 22 milioni di lire annui; riduzione al 23 per cento dell’aliquota per i redditi fino a 200 milioni; riduzione al 33 per cento dell’aliquota per i redditi sopra i 200 milioni».
E rilanciata quando già era a Palazzo Chigi da tre anni: «Se il cittadino percepisce le tasse come giuste, se gli si chiede il 33%, è invogliato a pagare, si convincerà che è doveroso far fronte alle richieste dello Stato, se invece gli si chiede il 50% del suo reddito si sente moralmente autorizzato ad evadere ». Terza svolta, sul giovanilismo. Ci ha sempre tenuto molto, il Cavaliere. Si faceva fotografare in tenuta da tennis mentre batteva il passo con Galliani, Dell’Utri, Letta alle Bermude. Gioiva a leggere che i compagni di una «corsa rigenerante» erano rimasti con la lingua a penzoloni e l’assai più giovane Antonio Tajani aveva dovuto mettersi a letto. Gongolava quando Michaela Biancofiore, bionda valchiria altoatesina, lo definiva «un figaccione». Faceva lo sciupafemmine, fino a innervosire Veronica, confidando: «Sono andato a Cleveland per venire incontro alle sollecitazione dei miei che volevano che mettessi un salvavita. Ora mi sento forte, giovane e prestante e sono pronto a innamorarmi». Citava a suo vanto il medico e sindaco Umberto Scapagnini: «Assicura che sono 25 anni più giovane della mia età reale». Fino alle battute più recenti: «Mi sento giovanissimo». «Mi fa piacere stare qui tra coetanei, cari ragazzi di An».
«Gli anni? Tutto dipende da come uno si sente. Io per esempio, in tutti i campi, ne ho 35». Tema: come mai, ieri, ha rovesciato tutto? Autoironia, senz’altro: anche i nemici riconoscono che ce l’ha. Ma forse, come sulle tasse e i miracoli e i sogni, c’è appunto dell’altro. Una nuova strategia. La stessa che lo portò, tempo fa, a rinvangare con Veltroni una mitica battuta di Reagan contro Mondale che gli rinfacciava d’esser vecchio: «Non sfrutterò politicamente la giovane età e l’inesperienza del mio avversario». Resta quella curiosità iniziale: e i capelli? Il «nuovo» Berlusconi più prudente e meno sognatore e meno miracolista si mostrerà anche più anzianotto? E i tacchi? Rinuncerà un giorno a quelle formidabili zeppe che lo fanno svettare oltre il metro e settanta?
Gian Antonio Stella
03 marzo 2008
Fascisti tra noi
Furio Colombo
Se vi sembra che questo linguaggio sia un po´ pesante, in un´Italia dove tutti vogliono parlare con un tono più neutrale, tenete conto dei fascisti. Tenete conto del fatto che, in queste elezioni sono “in corsa” anche i fascisti. Strani primati, infatti, distinguono l´Italia dagli altri Paesi dell´Unione.
Siamo stati gli unici in Europa ad avere personaggi come Borghezio, Lega Nord, molto attivi nel dare fuoco ai giacigli di immigrati poveri sotto i ponti della Dora a Torino (condanna per un reato spregevole, passata in giudicato, ma che non ha impedito a Borghezio di essere, come è tutt´ora, deputato a Strasburgo della Repubblica italiana, molto attivo, tra la costernazione di tutti i suoi colleghi psichicamente e politicamente normali, nell´ aggredire e insultare il capo dello Stato italiano quando si reca al Parlamento europeo).
Adesso siamo i soli ad avere il fascismo che torna. Si chiama fascismo, reclama la sua eredità di cadaveri.
Non ho letto un solo editoriale dei “liberali” che animano la grande stampa italiana e sono sempre angosciati dalle sorti di tutta la sinistra in generale, e dalle sorti del nuovo Partito democratico in particolare, ma non hanno speso una parola o una riga di perplessità sul tranquillo ritorno del fascismo in Italia.
Adesso siamo i soli ad avere il fascismo che torna. Si chiama fascismo, reclama la sua eredità di cadaveri.
Non ho letto un solo editoriale dei “liberali” che animano la grande stampa italiana e sono sempre angosciati dalle sorti di tutta la sinistra in generale, e dalle sorti del nuovo Partito democratico in particolare, ma non hanno speso una parola o una riga di perplessità sul tranquillo ritorno del fascismo in Italia.
Molti commentatori e corsivisti trovano divertente che vi siano signore della buona società che si dichiarano «orgogliose di essere fasciste» e si iscrivono al primo e al secondo posto della lista elettorale fascista. Le intervistano come a una sfilata di moda e registrano senza obiezioni risposte deliranti e certamente estranee alla Costituzione in vigore che, in qualunque altro Paese, sarebbe un argine invalicabile.
Ma prima delle signore che stanno accorrendo dalle migliori famiglie intorno all´iniziativa dichiaratamente fascista di Storace, credo sia necessario esibire un´altra evidenza, come si direbbe in un processo: il fascismo nelle scuole. Ne ha parlato su questo giornale Marina Boscaino, insegnante e giornalista. Ha fatto notare le nuove dimensioni del problema. Non stiamo parlando di “gruppetti” e meno che mai di “nostalgici”. Per la prima volta nella storia italiana del dopoguerra, una parte dei ragazzi italiani che va a scuola (non i più stupidi o volgari o disattenti e – tra loro – alcuni veri leader) guarda al passato solo come area di raccolta di simboli e senso di quello che fanno. Il passato è una prova che si può fare. Fare che cosa? Passare all´azione. Contro un mondo che non funziona, non può funzionare perché si chiama democrazia.
In altre parole, questi ragazzi sono ben radicati nel presente, e nonostante la propensione tipicamente fascista per riti o celebrazioni funebri, hanno cose da fare per il presente, e un senso molto vivo, niente affatto qualunquista o opportunista, del futuro. L´immagine è quella di una lama che taglia i nodi della complicazione che è la democrazia imbrogliona e borghese, della ingiustizia che in un simile mondo è inevitabile, della “legalità”, parola pronunciata con ribrezzo, in nome di una civiltà pulita che si crea con uno slancio superiore di persone decise a tutto e consapevoli della loro missione nella storia. Insomma un nuovo fascismo “allo stato nascente”, per usare l´efficace definizione di Francesco Alberoni.
* * *
Traggo materiale e ragioni di ciò che sto dicendo da una lettera pubblicata da la Repubblica (28 febbraio) a cui risponde Corrado Augias.
La lettera: «Frequento il secondo anno del liceo classico Virgilio di Roma, ho letto e assistito a manifestazioni scolastiche di rinascita di movimenti fascisti nelle scuole…. Voi forse pensavate che il fascismo avesse dato gli ultimi colpi di coda, che fosse un´ideologia logora. Avevate ragione. Quelli che oggi nelle scuole si autodefiniscono “fascisti” sono ragazzi come me e tanti altri…. Questa lettera è anche una richiesta di comprensione. Il presente è vostro. Il domani no».
Trascrivo in parte la risposta di Corrado Augias: «”Il fascismo” è il rivestimento, la buccia, di domande piuttosto ragionevoli. La buccia fascista, però, si accompagna inevitabilmente a una certa voglia di menar le mani. L´aspetto veramente preoccupante è che i ragazzi di sinistra hanno perso l´iniziativa. Non hanno capito in tempo che bisognava mettere da parte il dibattito sulle ideologie, che ormai interessano poco, e lottare invece per i problemi di ogni giorno».
Utilissima questa lettera e questa risposta, e dobbiamo cominciare da qui.
Lo farò alla luce della pubblicazione “Blocco Studentesco” (anno I, numero 2) diffuso in questi giorni nei licei romani, che ha per sottotitolo «l´avvento dei giovani al potere contro lo spirito parlamentare, burocratico, accademico».
Titolo di copertina. «Giustizia!» Spiega l´articolo di fondo: «La Giustizia è troppo spesso accomunata alla legalità. Per favore non diciamo cazzate. In un Paese dove avere la casa è un lusso, dove i mezzi di informazione sono controllati, dove un innocente come Luigi Ciavardini (ritenuto co-autore della strage di Bologna, ndr) viene condannato a trenta, dico trenta anni di reclusione, dove un ragazzo come Gabriele Sandri viene assassinato senza motivo (il tifoso della Lazio ucciso sulla A1 da un agente di polizia che parla di colpo accidentale, Ndr) dove, a distanza di trent´anni da una delle peggiori stragi degli anni di piombo, quella di Acca Larenzia, non c´è nessun colpevole, chi ancora vuole venire a parlarci di giustizia?»
Per chiarire a quale fonte stiamo attingendo, occorre far sapere ai lettori ciò che Tv e giornali non ci dicono: “Blocco studentesco” colleziona risultati importanti in un bel numero di elezioni scolastiche e di istituto, piazza negli organi di rappresentanza studentesca i suoi esponenti, ricopre cariche, parla a nome di molti. Niente a che fare con i “gruppetti”.
Ma l´ideologia c´è, eccome. È ideologia rigorosamente fascista. Ma un modo di interpretare, o di completare l´intuizione di Augias (e anche del ragazzo che gli scrive) è questa: nonostante il tono funebre della rievocazione e l´aspra cattiveria motivata dal ricordo, qui non siamo nel passato. Vediamo perché.
Un primo segnale, quasi una parola codice del nuovo fascismo, sono le Foibe. Il ricordo di una tragedia preparata a lungo, con crudeltà dalla occupazione fascista e nazista, ma conclusasi poi con una feroce vendetta jugoslava contro migliaia di italiani, diventa nelle pagine di “Blocco Studentesco” (come accade del resto anche nelle piazze, nel Parlamento italiano e in televisione) uno strumento per rivendicare la guerra fascista, la sacralità della nazione e dei confini, l´uso continuo dell´altra parola codice, «martiri» (parola che riguarda solo i morti fascisti) per tenere sotto ricatto i giovani di sinistra (che non sanno che la tragedia delle Foibe non è mai stata nascosta e non è mai stata un segreto; posso testimoniarlo perché l´ho studiata e discussa in liceo) e per profittare di uno strano atteggiamento dell´antifascismo adulto italiano, che sembra ogni volta colto di sorpresa da uno degli argomenti più dibattuti da decenni nella vita politica e nella storiografia contemporanea italiana.
La novità introdotta dal nuovo fascismo è di parlare dell´orrore delle Foibe come fenomeno del tutto isolato e indipendente dal feroce orrore assassino del fascismo italiano e tedesco nella Jugoslavia invasa e distrutta.
Le Foibe, comunque, servono per non parlare della Shoah, servono a rovesciare l´indignazione verso il fascismo in indignazione del fascismo. Potete infatti leggere su “Blocco Studentesco”, in un articolo firmato «Giorgio Bg»: «Sì, avete capito bene: il 25 aprile è una data fondamentale per la nostra nazione: è il compleanno di Guglielmo Marconi, inventore della radio…. E a tutti abbiamo ricordato che una delle battaglie portate avanti da “Blocco Studentesco” è quella di distruggere il concetto di “antifascismo militante”».
Come si vede, l´idea è chiara e politicamente intelligente. I ragazzi del Blocco non sono né incolti né disinformati. Sanno che stanno lavorando per loro gli storiografi improvvisati che si sono dedicati alla diffamazione della Resistenza. Sanno di poter contare sui molti insegnanti che di Resistenza non parlerebbero mai e non hanno parlato mai. Sanno di disporre di uno spazio vuoto, nel quale la Costituzione italiana rimane ignorata e isolata.
A leggere quello che scrivono, e come scrivono, sono tipi seri che non si occupano del fatto che due belle signore della mondanità milanese, la signora Santanché e la signora Paola Ferrari (moglie del giovane imprenditore Marco De Benedetti) sono la candidata n.1 e la candidata numero 2 nella lista ufficialmente fascista organizzata e promossa da Francesco Storace.
L´effetto mondano però li beneficia comunque. Invece di essere i resti di qualcosa che nel mondo è scomparso per sempre sotto il mare di cadaveri che ha provocato, sono l´avanguardia di un futuro che penetra le aree eleganti e persino zone che ti aspetteresti, in modo naturale, estranee al fascismo.
* * *
Ma c´è un alleato in più per questi ragazzi non male informati e non male organizzati che, se necessario, sembrano in grado di tirare le fila di assembramenti più grandi.
Sono quella manodopera di giovani aspri, aggressivi, e decisi a non accettare alcun dialogo con la politica, qualunque politica, perché sono i militanti duri, ambi-destri e ambi-sinistri dell´antipolitica.
Michele Santoro ne espone ogni tanto gli esemplari in certe sue trasmissioni come quella puntata di Annozero a cui è accaduto anche a me di partecipare (la sera del 7 febbraio). Non ti guardano, non ti parlano, gridano quasi solo “cazzo”.
Sono giovani ostili per le condizioni in cui vivono e la vita che fanno. Ma rifiutano con estrema durezza ogni contatto. Ostentano un disprezzo per tutto ciò che è democrazia e Parlamento. È un disprezzo che li collega di fatto con i giovani di “Blocco Studentesco”, esattamente come deve essere accaduto negli anni Venti. Dunque qui nessuno si muove nel vuoto. E non ha più senso pensare a frange o gruppetti. Che lo abbia voluto o no, la destra italiana ha creato le condizioni per una destra estrema che raccoglie volentieri certi simboli e parole codice dal passato. Ma invece di nostalgia ha progetti per il futuro. E poiché la discussione e il dibattito non sono i suoi naturali strumenti – e infatti vengono sviliti ed evitati – il progetto è in attesa di una linea strategica. Ma il ritorno di una certa area fascista, con la sua componente di massa (“Blocco Studentesco” ci dice che a Roma esiste una «Casa Pound», dal nome del poeta americano fascista e antisemita, e una «Casa Prati» occupata insieme a famiglie di sfrattati) e la sua componente alto-borghese, è già cominciato.
Per questo è stato importante, e anche consolante, assistendo giorni fa alla commemorazione di Aldo Moro (30 anni dal delitto) ascoltare Alfredo Reichlin, Leopoldo Elia e Walter Veltroni dire: «Il senso della politica di Moro è stato di affermare con tenacia il legame fra la democrazia italiana e l´antifascismo, un legame rappresentato dalla Costituzione nata nella Resistenza».
Questa è l´Italia nel suo passato indimenticabile, nel suo presente difficile, nel futuro per il quale ci ostiniamo ad avere speranza, in nome di ciò che è accaduto, e nonostante ciò che sta accadendo. Una cosa sappiamo: non siamo fuori pericolo.
furiocolombo@unita.it
Pubblicato il: 02.03.08
Modificato il: 02.03.08 alle ore 10.35
La battaglia degli indecisi
Oliviero Beha
La barca de”La Sinistra l’arcobaleno”,cioè il resto della politica di sinistra espunta dal centro e dal centrosinistra,farraginosa fin dalla denominazione,si ritrova a dover rispondere al suo elettorato del fatto di aver comunque governato,e contemporaneamente di non aver fatto “per colpa del governo” quello che aveva promesso di fare.Questo la rende poco accessibile dalla politica politicante del transatlantico,da cui arrivano continui spruzzi,ma anche poco appetibile per gli incazzati senza etichetta,finiti a mare con il rischio di annegare,che “hanno già dato”.A destra della Berlusconi Crociere c’è invece la Destra di Storace e Santanché,che per trovare un’identità forte deve rifarsi a un’anima veterofascista da ultrà,una via di mezzo tra quelli che in Germania la Merkel chiama i “fascisti in doppio petto” e i tifosi serbi di Stella Rossa e Partizan orfani del Comandante Arkan.Se sali su quella barca sai che almeno che cosa trovi,dei fascisti a un petto solo.
In mezzo,ci sono pezzi sparsi di ex Democrazia Cristiana incerti tra il passato e il futuro, ma al presente forti solo al contrario,cioè forti di “non ” essere né Berlusconi né Veltroni sospettati intermittentemente di “inciucio”.Più Boselli su uno scoglio,per il quale il Pd fa “politica d’avanspettacolo” solo perché non imbarca il Partito Socialista di Turati.Tra Turati e Boselli temo ci sia stato dell’altro.
In questo contesto,l’equivoco di cui parlo è quello che vuole bollare come “antipolitica” tutto ciò che non si riconosce o non si riconosce abbastanza nella sommaria descrizione appena riassunta.Agli addetti ai lavori,o alla “casta” ormai conclamata, sembra concettualmente arduo ipotizzare che sia proprio questo braccio di mare considerato nel suo complesso e senza troppe distinzioni a non andare più bene a un certo numero di cittadini elettori,forse in aumento.Per averne un’idea,proviamo a immaginare lo scenario marino come il set di “Truman show”,il famosissimo film di Weir sulla finzione tv-vita reale-ancora tv.Nella invenzione cinematografica,il mare ripreso dalle telecamere finiva.E sì.Con una porticina.Ed era compreso in un enorme pallone aerostatico.
Proviamo a immaginare che le condizioni del Paese oggi,per un monte di responsabilità,colpe,accidenti vari,abbiano indotto molti italiani a recepire la politica,i suoi natanti,i suoi flutti,come qualche cosa di “irreale”,o anche solo di non sufficientemente reale in risposta al fortissimo disagio generalizzato,in primis dei giovani senza lavoro e senza un vero abbozzo di futuro.
Fuori dal Truman show,ma dipendente da esso,da quello che vi accade,da chi traversa meglio e più in fretta il braccio di mare sotto gli occhi delle telecamere guidate però dagli stessi armatori della traversata,c’è una parte di Paese che si è resa conto del grado di degenerazione della nostra società e non abbocca più allo show; oppure semplicemente una parte che “sta male” e fatica a orientarsi nel suo malestare e non capendo ma sentendo a pelle,non politicamente ma civicamente, la malattia,oppone un rifiuto allo spettacolo.Un rifiuto magari infantile,superficiale,ma legittimo,ed emotivamente almeno altrettanto pieno di vitalità conculcata di quanto non lo sia la partecipazione alle forme di democrazia dal basso,si vedano le primarie degli ultimi tre anni.Anzi,non mi sentirei di escludere che a volte coincidano pezzi di popolo delle primarie con falangi di scontenti intrappolati nel “no” all’universo mondo, o quasi.
Definire tutto ciò nei perimetri della cosiddetta “antipolitica” dovrebbe sembrare a chi ragiona una specie di insania,qualcosa del “Deus amentat quos perdere vult”,una specie di ulteriore autolesionismo della classe dirigente leggasi politica tout court che dopo aver contribuito in dosi decisive e straordinarie a questa malattia sociale adesso etichetta i sintomi come “urla sguaiate”.E invece l’antipolitica non è ancora cominciata,questo è il punto.Non c’è stato finora alcun tentativo serio di arrembaggio.E per non farla cominciare,per non favorire derive populistiche che si sa a volte come cominciano ma mai come finiscono,non c’è che un modo: star a sentire le urla,di chi magari addirittura rischia di affogare in un mare finto,cogliere i sintomi per curare la malattia,imbarcare chi nuota a fatica a condizione che non si trovi poi a bordo su un galeone di mercanti di schiavi.
Per questo è ovvio che tra coloro che sono in mare,o che stanno fuori dal pallone aerostatico del film della politica e della campagna elettorale e guardano a quel mare convenzionale dalla tv o dalla finestra di casa loro,in teoria siano assai più numerosi coloro che se la prendono con le flotte di centro-sinistra,di centro e di sinistra che non con i loro omologhi di centro-destra,di centro e di destra.Più di tanto costoro non hanno deluso il loro elettorato.Berlusconi continua a comprare,a investire,ad arricchirsi,come sempre,non recita affatto,e azzerando la memoria collettiva trova sempre qualcuno che può fingere che quel mare e quel transatlantico non siano finti.A Veltroni si richiederebbe invece di navigare in un altro mare,o almeno di dire chiaramente che se per oggi la politica è sotto il pallone poi dovrà uscire per forza sotto il cielo,pena il rimanere prigioniera della solita finzione.
Fuori dal Truman show in cui siamo stati costretti e ridotti da una quindicina d’anni,c’è il Paese,che però naturalmente è di volta in volta anche dentro quella finzione.Chi la rigetta,come Grillo, le Liste civiche ,il popolo di internet,i Fiorello,gli Zucchero ecc. in un elenco abborracciato,lacunoso e un po’ scapato di cui mi scuso,è ben dentro la politica: solo che è fuori dal pallone di Truman.Ma il pallone di Truman è contenuto nella nostra realtà di tutti i giorni,e invece sembra essere il contrario.Va rovesciato il rapporto.Quindi ponti d’oro a chi scende in politica civica,sul territorio,perché prova a lacerare quel telo del pallone sul mare dei sondaggi.A meno che chi naviga non sia così miope ancora una volta da non porsi il problema del dopo,chiunque vinca in aprile.Che non lo faccia Berlusconi come detto è normale,è lui il produttore della nostra tremenda fiction.Che non lo faccia Veltroni,sarebbe maleaugurante.
Certo,i segnali dalla plancia del Pd sono contrastanti: di qui una buona notizia per i candidati incensurati,di là una cattiva sui conflitti di interesse,quasi non fossero essi la chiave per aprire tutte le porte o quasi della Brutta Italia.E via così.
Un paio di esempi concreti,dopo la sfilza di metafore,affinché si rimanga per forza nelle cose.Il Tg 2 delle 13 di giovedì 21 febbraio dava tra i titoli di testa quello di “Milano colonia della n’drangheta”.Sul piano economico,politico e sociale una bomba,per tutto ciò che significa.Nessuno ha ripreso la notizia,neanche l’avesse data sul blog alle centinaia di migliaia di internauti uno a caso,che so,Beppe Grillo.Lo stesso che,fuori dal pallone aerostatico della politica comunemente intesa,giorni fa concionava sui rifiuti napoletani riempiendo le piazze senza più far notizia,mentre a Napoli sono i parroci a dare lezione di raccolta differenziata dei rifiuti.
Mentre nel triangolo maledetto tra Augusta,Priolo e Melilli,nella Sicilia di Cuffaro e Lombardo,infertilità,abortività spontanea e malformazioni sono cresciute in maniera preoccupante,le ultime dall’ 1.5 degli anni ‘80 al 5.5 nel 2000,dopo lo sviluppo industriale barbaro e deregolato di quegli anni e un inquinamento spaventoso a base soprattutto di mercurio.Altro che Ferrara e la legge 194, e un dibattito sull’invasione delle coscienze buono soprattutto per non occuparsi delle incursioni prezzolate nella nostra salute e nella salute del nostro ambiente.Altro che tripudio di inceneritori nell’emergenza capziosa della monnezza salvo poi consegnare a figli e nipoti una monnezza biochimica ancora più dannosa.
Ecco,vi ho citato due dati che per quello che rappresentano potrebbero da soli lacerare il pallone e con esso l’equivoco elettorale di cui sopra,e aprire il mare sottostante della politica,rendendolo autentico e consentendo di recuperare a bordo magari indecisi,dubbiosi,scontenti,incazzati,apoti.
Ossia quella parte di cittadini attivi o passivi che sanno montalianamente quello che non vogliono,in attesa di aver chiaro quello che vogliono e come ottenerlo.Se la politica desse delle risposte in questo senso,non ci sarebbe proprio bisogno di alcun “anti” e dunque neppure di alcuna strumentale demonizzazione delle proteste specie se ultragiustificate.
Certo,bisogna volerlo e saperlo fare rischiando potere per averne di più finalizzato al bene comune.Sul saperlo,un’altra volta.Ma volerlo,beh,sarebbe già un eccellente punto di partenza.
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Pubblicato il: 02.03.08
Modificato il: 02.03.08 alle ore 10.36
