Romeni, immigrazione e delinquenza – facciamo chiarezza -

Marzo 26, 2009

Un interessantissimo articolo che chiarisce un po’ di cosette sull’immigrazione e sulla propaganda di parte che demonizza gli stranieri trovando un nemico inesistente. Come ai “bei tempi” di ogni totalitarismo.
Eccolo

Collegamento

Quando la matematica è un’opinione: Beppe Severgnini, i Romeni e la criminalità
Siamo sicuri che il “marchio geografico” della delinquenza ci aiuti a risolvere i problemi?

di Carlo Gubitosa

Tutto nasce da una lettera a Beppe Severgnini. A scrivere su corriere.it è Claudiu Victor Gheorghiou, che si firma come “artista e storico romeno” gettando sul piatto una domanda molto pesante: “Per parte della gente italiana il problema erano i siciliani l’altro ieri, ieri gli albanesi, oggi i romeni, e domani?”.

Severgnini spiega che l’ “atteggiamento sospettoso verso il diverso” non è poi così campato in aria, e nasce anche “per il tipo di reati che commettono” gli stranieri percepiti come “ospiti ingrati”.

E qui scatta la trappola dei numeri, un polverone di dati che lascia in bocca al lettore un messaggio molto chiaro: da un po’ di anni a questa parte i romeni sono in cima alla classifica degli stupratori, e quindi si capisce come mai la gente ce l’ha tanto con loro. Per sostenere questa tesi Severgnini mischia dati stimati dall’Istat sulle violenze sessuali con dati statistici del ministero dell’Interno sulle violenze denunciate, e vende il tutto al lettore come se si trattasse di dati sulle violenze sessuali effettivamente commesse.

Una bordata di disinformazione che renderebbe antipatici i romeni perfino a San Francesco d’Assisi: “il 90% dei responsabili [di violenza sessuale] era italiano. – proclama Severgnini -. Oggi quella percentuale è scesa al 60%. Vuol dire che il 40% delle violenze sessuali viene commesso dal 6,5% della popolazione”.

Il trucco di questa boutade, oggettiva solo in apparenza, si svela facilmente: il 90% è un valore stimato dall’Istat, il 60% è il valore registrato dal ministero dell’Interno in base alle denunce effettivamente ricevute. Le stime comprendono anche le violenze non denunciate, come quelle compiute in famiglia che sono invisibili al Viminale ma non per chi le subisce.

Se il valore stimato per le violenze “made in Italy” è più alto di quello registrato nelle denunce effettivamente presentate, si può concludere che tra le violenze “sommerse” la stragrande maggioranza sia compiuta da italiani. Con un trucco speculare si potrebbe piegare questa analisi in chiave “antitaliana” dicendo che i violentatori nostrani agiscono nell’ombra e sfuggono alla giustizia meglio di quelli stranieri, ma il gioco sarebbe altrettanto puerile e facilmente smascherabile dopo aver ragionato un po’ sul senso dei numeri.

Questa è solo una delle possibili forme di distorsione delle statistiche, e anche una tra le più evidenti: la manipolazione giornalistica, dove si confrontano le mele con le patate, le stime con le rilevazioni e si costruiscono opinioni soggettive nel lettore presentando dati che sembrano oggettivi, ma solo ad una lettura superficiale.

Tra gli altri fattori da considerare, c’è anche quello demografico.
Provate a fare una statistica in una scuola elementare considerandola rappresentativa della popolazione italiana. Se nella scuola elementare c’è un maestro ogni 10 insegnanti, le “statistiche” costruite lì dentro vi diranno che il 90% degli italiani è disoccupato, non legge la stampa quotidiana, non ha la licenza elementare e vive ancora in famiglia. Un bel quadretto di un popolo nullafacente, ignorante e mammone. Il problema è che in quel gruppo che abbiamo scelto come rappresentativo del popolo italiano c’era un sottogruppo sovrarappresentato, cioè che “pesava” più degli altri nelle rilevazioni statistiche: il gruppo dei bambini dai 5 ai 10 anni.

Lo stesso accade per quanto riguarda il gruppo dei criminali: i ragazzi in genere sono troppo impauriti per delinquere e i vecchi generalmente troppo saggi, e quindi le stime del tasso di criminalità collocano i valori più alti nella fascia d’età che va dai 20 ai 45 anni. In questa fascia d’età gli immigrati sono sovrarappresentati rispetto agli italiani, così come in una scuola elementare troviamo una percentuale di bambini che non rispecchia quella nazionale.

Questa maggiore presenza di migranti nel gruppo dei criminali è dovuta solo a ragioni demografiche, e al fatto che l’Italia a un certo punto ha smesso di fare figli, non certo ad una maggiore tendenza a delinquere da parte di certe popolazioni. Ignari di tutto questo accettiamo delle fotografie sfocate e distorte del rapporto tra criminalità e migrazioni, fidandoci di numeri costruiti male.

Un’altra forma di distorsione è quella politica. Le statistiche criminali come il numero dei denunciati, degli arrestati o dei fermati sono strettamente legate alle “politiche di polizia”: se l’attività delle polizie si concentra sugli immigrati sale il numero di immigrati denunciati e arrestati; se si concentra sui mafiosi aumenta il numero di mafiosi denunciati e arrestati.

Le tesi di Severgnini, dall’apparenza documentata e dai contenuti grossolani, sono state contestate con una lettera aperta da un gruppo di giornalisti e operatori sociali collegati alla campagna “Giornalisti Contro Il Razzismo”.
Beccato dai colleghi a fare il gioco delle tre carte con i numeri, Severgnini riconosce la differenza tra stime e statistiche (”è vero: in un passaggio ho accostato dati diversi, ho sbagliato e me ne scuso”) ma insiste nell’affermare il legame tra la provenienza etnica e la tendenza a delinquere, gettando sul piatto due domande chiave: “secondo voi esiste o non esiste un collegamento tra criminalità e immigrazione? Andrebbe tutto benone, nelle nostre città, se non fosse per i media allarmisti?” Non c’è più bisogno delle statistiche: per collegare un passaporto a un’indole criminale bastano le impressioni.

Un po’ come si è sempre fatto nel corso della storia, mettendo in relazione caratteristiche umane che non c’entrano un fico secco: per Hitler le origini ebraiche erano correlate ad una natura corrotta e malavitosa, e lo stesso ragionamento si applica oggi agli italiani negli Usa, ai ceceni in Russia, ai romeni in Italia. E’ come rilevare il taglio dei capelli di chi fa incidenti stradali e decidere in base ai risultati del rilevamento che la frangetta, i baffi o il pizzetto sono strettamente legati alla tendenza di schiantarsi in curva e ad una guida poco prudente, dovendo concludere che basta andare dal barbiere e cambiare look per diventare degli autisti provetti, o che staremmo molto meglio e le città sarebbero più sicure se i poveracci che sbarcano in Italia fossero greci anzichè romeni.

Quanto ai “media allarmisti” tirati in ballo da Severgnini, nessuno si è mai chiesto nella redazione del “Corriere” che cosa accadrebbe se il dato misurato in relazione ai crimini non fosse quello della nazionalità ma quello del reddito, della scolarizzazione o della residenza?

Io faccio una scommessa: secondo me scopriremmo che i poveri delinquono più dei benestanti, gli analfabeti delinquono più dei dottorini e chi vive nelle periferie e nei quartieri ghetto delinque più di chi sta nei centri storici, INDIPENDENTEMENTE dal passaporto e dalla nazionalità. Ma a quel punto il problema non sarebbe più delinquenziale (e quindi risolvibile con provvedimenti di facciata che puntano il dito contro i cattivi), e resterebbe nudo nella sua natura di problema politico, dove il dito va puntato contro i governanti incapaci di gestire il cambiamento sociale, e dove il conflitto non è tra italiani per bene e stranieri delinquenti, ma tra i vari furbetti del quartierino che si sono mangiati il paese (magari con passaporto monegasco o sammarinese) e chi resta immerso nella lotta violenta per sopravvivere, spartendosi le briciole e guardando in cagnesco i poveri che ce le contendono.

Per fortuna di “opinioni statistiche” in giro ce ne sono tante e varie, e ognuno può scegliere quella che più gli piace. Come ad esempio l’analisi pubblicata dalla Paris School of Economics, e realizzata da tre ricercatori: Milo Bianchi della PSE, Paolo Buonanno dell’Università di Bergamo e Paolo Pinotti, che lavora nel “servizio studi” della Banca d’Italia.

Partendo dalle stesse informazioni fornite da Severgnini sulle denunce registrate dal ministero dell’Interno, i tre ricercatori incrociano questi dati e ne aggiungono altri sui numeri dei permessi di soggiorno rilasciati nel corso degli anni. Le conclusioni di questo lavoro sono ben diverse da quelle dell’opinionista del “Corriere”: Bianchi, Buonanno e Pinotti evidenziano che i permessi di soggiorno negli ultimi anni sono cresciuti drasticamente, e i tassi di criminalità sono rimasti più o meno gli stessi. “L’immigrazione – scrivono – ha inciso solamente sui furti, senza avere effetti su tutti gli altri tipi di reati. Dal momento che i furti rappresentano una percentuale molto piccola di tutti i reati commessi, l’effetto (dell’immigrazione) sul tasso complessivo di criminalità è prossimo allo zero”. (Il documento integrale si trova su http://www.pse.ens.fr/document/wp200805.pdf)

Ma allora perchè siamo tutti così inquieti e impauriti quando si parla di romeni? Forse per stare più tranquilli basterebbe gettare il telecomando dalla finestra, o almeno questo è quello che suggerisce tra le righe la ricerca realizzata dal Centro di Ascolto dell’Informazione Radiotelevisiva che ha monitorato la presenza di notizie di cronaca nera, giudiziaria e di criminalità nei telegiornali italiani. (La ricerca è su http://tinyurl.com/cps2cb)

“La tendenza alla drammatizzazione dell’informazione e alla spettacolarizzazione del quotidiano – scrivono all’Osservatorio – si evince non solo dalla frequenza con la quale vengono date notizie relative a crimini violenti, ma anche dalla terminologia utilizzata che trasmette costantemente un’immagine di morte e violenza, quindi una sensazione di insicurezza e pericolo”.

I dati fanno riflettere: tra il 2003 ed il 2007 nei telegiornali nazionali è più che raddoppiato il tempo dedicato alle notizie di cronaca nera, cronaca giudiziaria e criminalità organizzata, passando mediamente dal 10% del 2003 al 24% del 2007. Ma allora sono aumentati i crimini o la paura indotta dalla TV?

Ancora una volta si conferma che sulla carta stampata e sul teleschermo perfino la matematica è un’opinione: figuriamoci la statistica. E figuriamoci le statistiche mischiate male e lette peggio dai giornalisti che seguono l’onda dell’allarmismo.

Per contattare gli autori:
carlo@gubi.it – www.giornalismi.info/gubi
mauro.biani@gmail.com – maurobiani.splinder.com

(19 marzo 2009)


Confindustria si oppone a tassazione su redditi alti

Febbraio 16, 2009

Leggo con gioia che Confindustria se ne frega dei problemi italiani sbandierando slogan contro una lotta di classe, in un paese in cui milioni di operai votano Berlusconi, inesistente. Non basterebbero. Strano, in America i manager stessi propongono di aumentare le tasse ai loro stipendi ed in Inghilterra lo stanno già facendo.
Noi? Meglio lasciarsi al sonno di Tremonti.
articolo

Il sindacato di Epifani propone di applicare il prelievo a chi guadagna
più di 150mila euro l’anno. Sì del Pd. Gli industriali: “Inutile, scatena lotta di classe”
La Cgil: “Tassare i redditi alti”
E’ scontro con Confindustria
di LUISA GRION
La Cgil: “Tassare i redditi alti” E’ scontro con Confindustria

Guglielmo Epifani ed Emma Marcegaglia

ROMA – Servono soldi? Chiediamoli a chi ne ha di più. Guglielmo Epifani ne aveva già parlato due giorni fa dal palco di piazza San Giovanni, teatro della manifestazione di statali e metalmeccanici Cgil contro la politica economica del governo e la riforma della contrattazione. Ora il primo sindacato d’Italia torna, con più forza, a proporlo. In tempi di crisi nera, come questa, chi più ha più dà: dunque si potrebbe aumentare, temporaneamente, la tassazione sui redditi superiori ai 150 mila euro annui. Le entrate così recuperate potrebbero essere spese a favore di chi sta peggio e dei giovani precari: una sorta di tassa di solidarietà.

Ieri, la proposta è stata rilanciata negli studi di “Domenica in” da Agostino Megale, segretario confederale Cgil, ottenendo un “sì” di massima dal Pd (sia dalla componente Ds che dalla componente Margherita) e un “no” deciso da Confindustria. “La crisi richiede uno sforzo eccezionale – ha spiegato Megale – negli ultimi 7-8 anni i redditi dei lavoratori dipendenti solo aumentati in media dello 0,5 per cento, vale a dire, 4.500 euro, quelli dei dirigenti dell’8, cioè 25.000, quelli dei primi cento top manager di 830.000 euro: ognuno di loro guadagna quanto cento operai o cento impiegati”. L’intervento cui pensa il sindacato è una tassazione extra per due anni che – rifacendosi a provvedimento già approvato in Gran Bretagna – aumenti del 5 per cento (dal 43 al 48 per cento) l’aliquota per i redditi oltre i 150 mila euro (215 mila contribuenti secondo la Cgil, 115 mila per il fisco) ottenendo un miliardo e mezzo di gettito aggiuntivo.

L’idea non piace affatto a Confindustria: “Un’operazione del genere alimenterebbe solo una lotta di classe superata da anni e porterebbe ben poco nelle casse dello Stato” ha commentato Alberto Bombassei, vicepresidente dell’associazione. “La crisi è difficile, serve altro: non saranno quei 70-80 supermanager italiani a fare la differenza con le loro tasse”. Dello stesso parere Fabio Cerchiai, presidente dell’Ania, l’associazione delle assicurazioni che boccia la proposta come “negativa”.

Non la pensa così, invece, il Pd, che considera fattibile, anche se non risolutiva la proposta della Cgil. “Una soluzione del genere l’aveva applicata anche il governo Prodi, che per un anno aveva sterilizzato l’indicizzazione delle pensioni alte – commenta l’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano – ma le misure temporanee di scopo non portano gettiti rilevanti. Questa soluzione potrebbe contribuire assieme ad altre a definire un piano d’intervento di spirito collaborativo, ma per fare questo bisognerebbe aprire un tavolo di concertazione e mi pare che il governo non abbia alcuna intenzione a riguardo”.

La tassazione extra piace anche ad Enrico Letta che ricorda come lui stesso abbia proposto – poco tempo fa – di finanziare le protezioni per i parasubordinati senza rinnovo attraverso un contributo straordinario dei redditi alti: dai parlamentari in su. Sempre guardando a sinistra plaude alla Cgil anche Rifondazione, partito che poco più di due anni fa aveva lanciato la campagna “Anche i ricchi piangano” proponendo tassazioni extra sui redditi alti e rendite. “Una scelta del genere metterebbe finalmente mano all’enorme problema della mancata redistribuzione del reddito – dice Paolo Ferrero – Meno male che ci ha pensato la Cgil visto nel piano anti-crisi del Pd non c’era nulla a riguardo. Invece se non si parte da lì, dalla crisi non si esce”.
(16 febbraio 2009)


Solite balle di regime

Gennaio 29, 2009

Buongiorno,
come sempre, di questi tempi, quando le persone si mobilitano sotto una causa giusta e senza la guida di nessun partito assistiamo alla sagra della falsità.
Ieri, guidati dall’associazione familiari delle vittime di mafia, si sono riuniti a Roma in Piazza Farnese un migliaio di persone. Risultato? Una manifestazione pacifica, dura e fatta di alti ideali ed una giornata di mistificazioni. Cos’ho da dire? Rimango sempre molto scosso dalla falsità del circo mediatico italiano. Mentono spudoratamente, falsificano i fatti. Chiunque fosse stato a Roma o chiunque abbia letto o visto l’intervento di Di Pietro non avrà sentito dare del mafioso al capo dello stato. Chiunque abbia letto i giornali, dall’Unità in giù, avrà letto che Di Pietro ha dato del mafioso a Napolitano.
Eppure fermandosi un attimino a leggere non si può dire che di Pietro abbia accusato Napolitano d’esser mafioso.
Infatti a mio parere il discorso di Di Pietro si può grosso modo riassumere così: lamentiamo mancanza di terzietà e di equilibrio nelle posizioni di Napolitano, lamentiamo alcuni suoi silenzi, ma noi non possiamo zittirci e non si può zittire totalmente qualsiasi critica al Presidente della Repubblica in quanto tale perché il silenzio è mafioso. Il distinguo in questo caso è che Napolitano non sta sempre zitto, ma in alcuni casi non ha preso posizione forte e netta contro alcuni atti scandalosi, mentre da alcuni atteggiamenti, come il ritiro dello striscione “Napolitano dorme, l’Italia insorge”, pare che le critiche al Colle siano proibite e stare zitti non è possibile sarebbe da mafiosi.
Comunque sia, lascio a voi il giudizio. Ecco le parole di Di Pietro e l’interpretazione di Paolo Flores D’Arcais che la pensa come me:

Di Pietro

L’appello a Napolitano.

Signor Presidente, lo sa che questa mattina si sta cercando, ancora una volta, di farci lo scherzetto che è stato fatto a Piazza Navona? Credo che in una civile piazza dei cittadini italiani abbiano il diritto di manifestare. Si può non essere d’accordo su quanto abbiamo fatto e su quanto stiamo facendo, ma è un nostro diritto, garantito dalla Costituzione, poter dire che quello che fanno determinate persone non ci convince? Ci possiamo permettere, signor Presidente della Repubblica, di accogliere in questa piazza anche qualcuno di noi che non è d’accordo su alcuni suoi silenzi? Possiamo permettercelo o no? O siamo degli eversori? Siamo dei cittadini normali che ci permettiamo di dire a lei, signor Presidente della Repubblica, che dovrebbe essere l’arbitro, che a volte il suo giudizio ci pare poco da arbitro e poco da terzo. Lo possiamo dire o no? Noi la rispettiamo, abbiamo il senso delle istituzioni, vogliamo essere tranquilli. Oggi, un cittadino ha messo un manifesto, uno striscione, dove senza offendere nessuno dice “Napolitano dorme, l’Italia insorge”. Perché lo hanno sequestrato? Chi ha ordinato di sequestrare questo manifesto? Perché non c’è possibilità di manifestare senza bastoni, senza nulla? Stiamo semplicemente dicendo che non siamo d’accordo sul fatto che si lasci passare il lodo Alfano, che non siamo d’accordo sul fatto che si criminalizzino le persone che fanno il loro dovere, che non siamo d’accordo sull’oblio che hanno le istituzioni nei confronti di questi familiari delle vittime, che non siamo d’accordo nel vedere terroristi che vanno a fare gli insegnanti e informare a loro modo le cose, che fanno i saputoni e poi vediamo le vittime del terrorismo e della mafia che vengono dimenticate e abbandonate a se stesse. Lo possiamo dire o no? Rispettosamente, ma il rispetto è una cosa, il silenzio è un’altra: il silenzio uccide, il silenzio è mafioso, il silenzio è un comportamento mafioso. Ecco perché non vogliamo rimanere in silenzio.
Noi ribadiamo che c’è necessità di una nuova legge elettorale che ridia in mano ai cittadini la possibilità di scegliersi i propri dipendenti. Vogliamo una legge che risolva il conflitto d’interessi. Vogliamo al più presto una legge che preveda la non candidabilità delle persone condannate, una legge che preveda l’impossibilità di assumere incarichi di governo, locale e centrale, di persone rinviate a giudizio. Vogliamo una legge che non preveda più la possibilità a quelle imprese, di cui imprenditori sono stati condannati, di partecipare a gare e ad appalti della pubblica amministrazione. Si deve sapere che quando c’è un Romeo preso con le mani nel sacco una prima volta, non ci può essere una seconda volta, e per non esserci c’è bisogno di stabilire delle regole.
Tutto queste cose noi chiediamo alle istituzioni, e per queste cose ci appelliamo a lei signor Capo dello Stato, lo faccia un discorso coraggioso, dica che devono andare fuori dal tempio i mercanti, dica che devono andare fuori dal Parlamento i condannati, lo dica e noi l’approveremo e troverà striscioni diversi. Non si lamenti se poi qualcuno vede nel silenzio un accondiscendenza.
E’ tempo di far sentire sempre di più la propria voce, nel Parlamento e nelle istituzioni, dove possiamo. Ma sa, là ci considerano eversori perché vogliamo che la legge funzioni. Si sono invertiti i termini del gioco.
Vogliamo essere sempre più presenti, nelle piazze e nelle città, da Piazza Navona a Piazza Farnese, di piazza in piazza, questa primavera, subito dopo che saranno finite le scaramucce elettorali (perché non vogliamo essere accusati che lo facciamo per fini elettorali) metteremo in piedi un altro grappolo di referendum, perché vogliamo contribuire attraverso i referendum il risveglio della coscienza civica dei cittadini, di non lasciarli nell’oblio delle veline, che come nuovo olio di ricino addormentano le coscienze. Noi cominceremo quindi subito e a quegli amici, agli amici di Ponzio Pilato, quando ci diranno che non raggiungeremo il quorum, diremo: “Zitto ragazzo, zitto che siamo in mezzo al mare, è inutile che dici che non raggiungiamo la riva. Nuota in questo mare e cerca di portare l’Italia in una democrazia migliore”.”

Paolo Flores D’Arcais
link su micromega

Piazza Farnese
Flores d’Arcais: Le bugie su Di Pietro e la verità di Gramsci
di Paolo Flores d’Arcais

I quattro minuti integrali dell’intervento di Antonio Di Pietro (vedi sotto) sono inequivoci e inequivocabili: l’accusa al Presidente Napolitano di essere stato qualche volta non imparziale non è affatto seguita, quale esplicitazione dell’accusa stessa, dall’affermazione che “il silenzio è mafioso”.
Tale affermazione è successiva ad una serie di altre considerazioni, a cui è evidentemente riferita, che riguardano perfino il fatto che (ex) terroristi possano dare lezioni nelle università (trasparente il rimando al recente caso Morucci) mentre i familiari delle vittime vengono dimenticati. Addolora, dunque, che praticamente tutti i mass media abbiamo saltato la parte intermedia dell’intervento di Di Pietro, e abbiamo riferito, del tutto inesattamente, l’espressione “il silenzio uccide, il silenzio è mafioso”, al giudizio di Di Pietro sulla imparzialità del Presidente Napolitano.
In tal modo ascoltatori e lettori hanno ricevuto l’informazione, del tutto errata, che Di Pietro abbia dato del mafioso a Napolitano. Addolora che sulla base di questa informazione errata l’ex Presidente Oscar Luigi Scalfaro abbia parlato addirittura di “reato”. E infine, oltre che addolorare, indigna che alla testa delle accuse infondate a Di Pietro sia stata fin dal primo momento una testata fondata dall’uomo la cui frase più famosa, e più che mai attuale, suona: la verità è rivoluzionaria.

Sondaggio: Napolitano custode della Costituzione?

(29 gennaio 2009)


Marco Travaglio – I mandarini della casta

Dicembre 30, 2008


SILVIO BERLUSCONI, VAFFANCULO!!!!

Ottobre 23, 2008

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=300410

Berlusconi smentisce “Io non ho mai detto né pensato che la polizia debba entrare nelle scuole. Ho detto invece che chi vuole è liberissimo di manifestare e protestare, ma non può imporre a chi non è della sua idea a rinunciare al suo diritto essenziale. Ancora una volta c’è stato un divorzio tra i mezzi di informazione e la realtà”. È quanto ha detto il premier tornando alle polemiche dei giorni scorsi sulla scuola da Pechino. Poi spiega che “lo Stato deve garantire ad altri che vogliono imparare la possibilità di non essere disturbati, ma se a qualcuno piace andare in piazza a manifestare, scenda in piazza a farlo”. Quindi si rivolge alla sinistra: “La scuola è stata presa a pretesto dalla sinistra per fare qualcosa contro il governo sull’università, i cartelli che ho potuto vedere sono tutti basati su false informazioni che accusano il governo di volere cose lontane dalla realtà”.


programmazione agile

Agosto 22, 2008

Qui potrete trovare un bel libro di programmazione agile.
Interessante.
http://elliottback.com/wp/archives/2004/12/15/essential-skills-for-agile-development/


Fidarsi di Putin?

Agosto 19, 2008

Eccoci qui a commentare questa bellissima notizia: Putin invade la Georgia. Ovviamente sono Putin e i suoi amici petrolier-imprenditori forse massoni e mafiosacci ad aver mosso queste scelte, mica altro. Purtroppo la notizia non mi ha per nulla sorpreso, ma, forse questo deriva dalla mia ignoranza della politica internazionale, mi sembra tutto così normale: la Russia con il suo leader autoritario sta risollevandosi e da superpotenza si riprende ciò che è suo. Oggi Georgia, ieri Kosovo. E la Cina con il Tibet? Cambia molto? Non mi pare. Ora tutti si scandalizzano ed ammettono l’errore di aver accreditato Putin come interlocutore democratico o comunque affidabile. Peccato non avergli assegnato le olimpiadi, sarebbe stato davvero imbarazzante e tragicamente ironico. Resta comunque e sempre l’impressione che tutto questo smuova tanto in apparenza ma poco in sostanza: vorrei proprio vedere i flussi di denaro che si muovono e si muoveranno nei prossimi mesi tra America e Russia, tanto per dirne una. Vien quindi da dire: non ci prendete per il culo, ok? Fate che entrare in casa e spararci per i vostri sporchi giochi di potere senza troppe storie. Ovviamente per me non è così, si lotterà, ma.
Solo un ultimo appunto: segnate questa storia alla voce “Fare patti con il diavolo”. Le prossime puntate le osserveremo insieme tutti insieme.
Copincollo un bell’articolo che parla della situazione.

«Basta illusioni: non fidiamoci di Putin»
Brzezinski: «Come Stalin e Hitler. Ora l’Occidente deve farsi sentire»

Zbigniew Brzezinski, che cosa deve pensare il mondo dell’invasione russa della Georgia?
«Ciò che è in gioco, fondamentalmente, è il tipo di ruolo che la Russia vuole ricoprire nel nuovo sistema internazionale. Sfortunatamente, Putin sta avviando la Russia su una rotta che ricorda da vicino quella di Stalin e di Hitler sul finire degli anni Trenta. Il ministro degli Esteri svedese, Carl Bilt, ha sottolineato il parallelo tra la “giustificazione” di Putin per smembrare la Georgia — la presenza russa nell’Ossezia del Sud — e le tattiche di Hitler nei confronti della Cecoslovacchia, per “liberare” i tedeschi sudeti. Ancor più minacciosa è l’analogia tra quello che Putin sta facendo in Georgia e quello che Stalin fece in Finlandia, vale a dire, sovvertire con l’uso della forza la sovranità di un piccolo Stato confinante democratico. A tutti gli effetti, morali e strategici, la Georgia è la Finlandia dei nostri giorni. La questione che oggi la comunità internazionale deve affrontare è come reagire a una Russia che ricorre sfacciatamente all’uso della forza, con un più vasto disegno imperiale in mente: reintegrare il territorio ex sovietico sotto il dominio del Cremlino e impedire all’Occidente l’accesso al Mar Caspio e all’Asia centrale, grazie al controllo sull’oleodotto Baku/Ceyhan che attraversa la Georgia. Se la Georgia capitolerà, non solo l’Occidente si ritroverà tagliato fuori dal Mar Caspio e dall’Asia centrale, ma possiamo logicamente prevedere che Putin, se non troverà ostacoli, userà la medesima tattica verso l’Ucraina, Paese contro il quale ha già espresso minacce».

Che cosa può fare l’Occidente per ostacolare questi nuovi piani della Russia?
«Tutta la comunità internazionale deve dichiarare apertamente che questo tipo di comportamento verrà sanzionato con l’ostracismo e con penalizzazioni di tipo economico e finanziario. Infine, se la Russia persiste su questo cammino, verrà punita dalla comunità internazionale con l’isolamento, un rischio di portata ben più grave per il suo benessere. Gli Stati Uniti, in particolare, devono accollarsi la responsabilità maggiore per mobilitare una risposta collettiva internazionale. L’invasione della Georgia da parte della Russia è un triste commento sugli otto anni di illusioni che la Casa Bianca ha nutrito nei confronti di Putin e del suo regime. Ricordo in modo particolare due commenti: il primo di Bush, che quando incontrò Putin ebbe a dire di aver letto nella sua anima e di fidarsi di lui. Il secondo, non molto tempo fa, di Condi Rice, la quale ha affermato che i rapporti americani con la Russia non sono mai stati così buoni nel corso della storia!».

John McCain ha già suggerito che la Russia dovrebbe essere espulsa dal G8. È una misura che anche lei prenderebbe in considerazione?
«Il G8 rappresenta comunque una finzione impotente. Le misure di condanna dovranno andare ben oltre. Si tratterà di uno sforzo concertato a tutti i livelli — alle Nazioni Unite, nel Consiglio Atlantico, nell’Unione Europea e nella Nato, dietro consultazione di Giappone, Cina e altri».

L’Occidente è obbligato ad aiutare la Georgia a resistere all’attacco russo con qualche forma di sostegno militare?
«La questione non è quali sono gli obblighi dell’Occidente in questo momento. La questione riguarda i nostri interessi a lungo termine. Se la Russia, travisando il suo potere e le sue capacità, oggi intraprende un cammino apertamente nazionalistico e imperialistico, noi tutti pagheremo le conseguenze. Pertanto è importantissimo che la Russia venga fermata adesso, avviando uno sforzo concertato e globale di opposizione e di condanna dell’invasione russa. Si potrebbe arrivare a sanzioni economiche e finanziarie, anche se si spera che altri leader russi, tra cui l’élite economica, saranno capaci di conservare il sangue freddo e tener presenti quali sono le aree vulnerabili del Paese. La Russia non è in grado di affrontare un’altra Guerra fredda».

Una risposta potrebbe essere quella di ammettere immediatamente la Georgia nella Nato?
«L’Occidente ha rinunciato ad estendere il “piano d’azione” per l’inclusione della Georgia nella Nato proprio per rispetto delle obiezioni russe. Adesso è chiaro che la deferenza mostrata a Putin, alla luce delle sue dichiarate ambizioni, è stata controproducente. In reazione a quanto accaduto, la Nato dovrebbe concedere il suo piano di azione alla Georgia, rafforzando l’impegno espresso a Bucarest lo scorso marzo, che riguarda appunto l’intenzione di accogliere, in futuro, questo Paese tra gli stati membri».

Lei non ha menzionato nemmeno una volta il presidente russo, Dmitrij Medvedev, ma solo Putin. Che ruolo ha Medvedev in tutto questo?
«Un ruolo simile a quello del capo di Stato dell’Unione Sovietica nel 1950. Chi ricorda più il suo nome? La vera autorità era invece qualcuno che ancora oggi tutti ricordano… e fa rima con Putin».

Nathan Gardels
Global Viewpoint, distribuito da Tribune Media Services (Traduzione di Rita Baldassarre)
19 agosto 2008


Situazione economica in Spagna

Agosto 19, 2008

Riporto un interessante articolo da il Manifesto che parla della situazione dell’economia spagnola e delle reazioni di Zapatero che ha interrotto il suo ferragosto per correre al lavoro. Da approfondire gli accenni a scrittori come Galbraith e Rosa Luxemburg.


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/14-Agosto-2008/art3.html

COMMENTO
L’estate calda di Zapatero
Galapagos

Chrysler sta progettando una settimina lavorativa di 4 giorni. Purtroppo, quella della casa automobilistica Usa non è una «botta» di socialismo modello «lavorare meno, lavorare tutti», ma un nuovo segnale della crisi che colpisce duro i costruttori di auto. Le vendite crollano sia negli Usa che in Europa. Addittura del 28% in luglio in Spagna e per Zapatero sono dolori: la crisi incalza e il leader socialista ha dovuto interrompere le ferie e convocare d’urgenza un consiglio dei ministri per varare una manovra di sostegno che impedisca all’economia di passare da una fase di stagnazione a una di recessione.

L’interruzione delle ferie (il Ferragosto in Spagna è più «sacro» che in Italia) da parte di Zapatero è un gesto sicuramente simbolico, ma al tempo stesso il ritorno a Madrid è il segnale di una situazione economica che sta diventando gravissima. Come segnala il riaccendere della disoccupazione (tornata all’11%) ma anche una inflazione sempre più incalzante che in luglio ha toccato il 5,3% con conseguente caduta del potere d’acquisto per milioni di spagnoli. Ma la Spagna non è la sola alle prese con una fase di stagnazione che si sta trasformando in recessione. La crisi appare globale e rimbalza da una parte all’altra degli oceani.
Ieri abbiamo ricevuto pessime informazioni provenienti dall’altra sponda dell’Atlantico, ma – forse – ancora peggiori dal Pacifico. Alcuni giorni fa la Banca centrale nipponica aveva anticipato che l’economia giapponese forse era entrata in recessione. Non parlava a vanvera: visto che abbiamo saputo ieri che il Pil nel secondo trimestre è sceso in picchiata. E oggi sapremo che anche il prodotto lordo tedesco negli stessi tre mesi è andato giù: la domanda interna non tira e i consumi ristagnano. Stesse informazioni ci arriveranno oggi da Madrid, mentre dell’Italia sappiamo già tutto.
Per non parlare degli Stati uniti: i consumi non crescono anche se Bush si è dannato l’anima per far approvare dal congresso una legge che concedeva sgravi fiscali per 180 miliardi. Il tutto nella speranza vana (altra notizia che abbiamo saputo ieri) che gli americani ricominciassero a consumare e i consumi trainassero la produzione e quindi gli investimenti. Il tutto condito con una politica monetaria ultra espansiva con soldi in abbondanza e «a poco prezzo» per le banche e le altre istituzioni finanziarie che con la loro frenesia speculativa hanno provocato il boom dei consumi (ovviamente a credito) e quello dell’edilizia.
Certo, la spculazione spaventosa – e soprattutto la disattenzione delle Autorità di controllo – hanno dato il via e resa più aspra la crisi. Ma è sempre andata così, come ci ha insegnato Galbraith con un paio di famosi libri sul grande crollo e sulle follie finanziarie. Ma ridurre tutto alla speculazione e agli aumenti del prezzo del petrolio è misero. L’origine delle crisi – mi rendo conto che è un po’ retrò e ideologico affermarlo – e nella natura stessa del capitalismo. Nella cattiva distribuzione dei redditi, nel lavoro che produce ricchezza che finisce in tasche altrui. Nella scelta – questa sì solo ideologica – di lasciare mano libera agli imprenditori. Anche su tematiche sociali (scuola, sanità, previdenza, casa) per consentirgli di allargare le frontiere del profitto. E nascono da questa logica le privatizzazioni di «tutto», anche dell’acqua.
Per proseguire lungo la strada di uno sviluppo distorto, il capitalismo globale ha progressivamente allargato il mercato come aveva intuito Marx e come ci aveva spiegato magistralmente Rosa Luxemburg. Lo ha fatto cooptando paesi enormi come la Cina e l’India il cui sviluppo si sta rivelando una ulteriore contraddizione.
Oggi sapremo cosa deciderà un governo socialista: le prime indicazioni sulla manovra che varerà Zapatero non sono tutte buone. Sembra che non mancherà una nuova ondata di privatizzazioni e liberalizzazioni. Comunque vada siamo certi che a Madrid andrà meglio che a Roma dove con la manovra d’agosto si è dato il via a un processo di strangolamento dell’economia.


Reese Witherspoon

Agosto 18, 2008

Mi segno qui il nome di questa attrice, copiando la voce da wikipedia.
Cercherò di guardare anche gli altri film di questa attrice che tanto mi è piaciuta in “se solo fosse vero”. Da ricordare anche una parte in Friends.

Ecco la voce da wikipedia:
http://it.wikipedia.org/wiki/Reese_Witherspoon

Reese Witherspoon
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Reese Witherspoon Statuetta dell’Oscar Oscar alla miglior attrice 2006

Laura Jeanne Reese Witherspoon (New Orleans, 22 marzo 1976) è un’attrice statunitense.
Indice
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* 1 Biografia
* 2 Curiosità
* 3 Filmografia
* 4 Doppiatrici italiane
* 5 Collegamenti esterni

Biografia [modifica]

Passa i primi anni di vita a Wiesbaden, nella Repubblica Federale Tedesca, al seguito del padre, medico a servizio delle Forze Alleate, e della madre, infermiera pediatrica, per tornare a stabilirsi negli Stati Uniti, a Godlettsville, un sobborgo di Nashville, sua patria elettiva, dove vive sino alla metà degli anni ‘90, prima di trasferirsi definitivamente a Los Angeles.

Esordisce al cinema nel 1991 nel film L’uomo della luna, nel quale ricopre la parte di un’adolescente che vive le prime crisi sentimentali e familiari quando la sorella maggiore si fidanza con il suo primo amore.

Partecipa successivamente ad alcuni film giovanilistici, tra i quali spiccano Jack the Bear (di e con Danny De Vito) (1993), S.F.W. (1994), Paura (1996), Cruel Intentions (1999) e, soprattutto, Pleasantville (1998) ed Election (1999), segnalandosi come una delle giovani attrici più versatili della sua generazione.

Sempre negli stessi anni rifiuta di partecipare a film di genere, aventi maggior impatto commerciale, quali Scream (1997), allo scopo di non legare la sua immagine ad un determinato cliché.

Nel 1998 partecipa al film Twilight, recitando al fianco di Paul Newman, Susan Sarandon e Gene Hackman, che ne conferma le notevoli attitudini recitative in ruoli drammatici. Il ruolo la pone all’attenzione delle principali case di produzione.

Nel 1999 sposa Ryan Phillippe, al quale era legata già da alcuni anni. La coppia avrà due figli, Ava e Deacon.

Nel 2000 partecipa alla riduzione cinematografica di American Psycho, tratto dal romanzo di Bret Easton Ellis.

La sua carriera decolla definitivamente a partire dal 2001. Da quell’anno lega infatti il suo nome a commedie brillanti aventi un notevole riscontro di pubblico negli Stati Uniti, che la rendono “nuova fidanzata d’America”, come accaduto a Meg Ryan un quindicennio addietro. I suoi ruoli più conosciuti sono stati quelli di Elle Woods nei film La rivincita delle bionde, del 2001, e Una bionda in carriera, sequel del 2003, nonché in Tutta colpa dell’amore del 2002, dove rivisita in chiave ironica le sue origini sudiste. Sempre negli stessi anni partecipa a due film in costume: L’importanza di chiamarsi Ernesto, tratto da Wilde (2002), e La fiera della vanità del 2004, tratto dal romanzo di Thackeray, (il film viene presentato al Festival di Venezia), dove recita nel ruolo della protagonista Rebecca “Becky” Sharp. Ha vinto l’Oscar alla migliore attrice nel 2006 per la sua interpretazione di June Carter Cash in Quando l’amore brucia l’anima, per il quale ha ricevuto anche il Golden Globe per la migliore attrice in un film commedia o musicale.

Recentemente si è vista negli schermi italiani nella commedia romantica Se solo fosse vero, a fianco di Mark Ruffalo, discreto successo al botteghino.

È titolare di una casa di produzione cinematografica, Type A, la cui denominazione deriva dal soprannome attribuitole da bambina da parte dei familiari (traducibile grosso modo come “miss 10 e lode”, a riprova di un carattere perfezionista e tenace). Con la propria società ha prodotto “Una bionda in carriera” e “Penelope”, dove recita in un breve cameo a fianco di Christina Ricci.

Nell’ottobre 2006 annuncia ufficialmente la separazione dal marito (Ryan Phillippe).

Intelligente e capace di scegliere ruoli adatti alle sue attitudini recitative, versatile, non priva di un certo fascino anche se molto distante dai modelli hollywoodiani più tipici, a trent’anni Reese Witherspoon risulta un volto popolarissimo negli USA e meno noto in Italia, dove rimane, curiosamente, un’attrice di nicchia, non ancora scoperta dal grande pubblico almeno fino alla recente conquista dell’Oscar.

Curiosità [modifica]
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* Un suo presunto antenato, John Witherspoon, ecclesiastico, è tra i firmatari della Dichiarazione d’Indipendenza e tra i fondatori dell’Università di Princeton.
* Appassionata di musica country (Dolly Parton) e rock (Creedence Clearwater Revival).
* Prima di darsi definitivamente al cinema ha frequentato il college e l’Università di Stanford, mirando a specializzarsi in letteratura inglese. Ha tuttavia abbandonato gli impegni di studio a fronte dell’intensificarsi della sua carriera.
* Grande lettrice: fra gli autori contemporanei preferisce Lorrie Moore e, fra i classici del ‘900, Graham Greene.
* Molto attiva nel sociale, specie per quanto attiene alla tutela dell’infanzia.
* Secondo una recente classifica di Time, risulta fra le 100 persone più influenti del mondo cinematografico.
* È sentimentalmente legata all’attore Jake Gyllenhaal

Filmografia [modifica]

* L’uomo della luna (The Man in the Moon) (1991)
* Sulle orme del vento (A Far Off Place) (1993)
* Un eroe piccolo piccolo (Jack the Bear) (1993)
* S.F.W. (1994)
* Freeway No Exit (Freeway) (1996)
* Paura (Fear) (1996)
* Twilight (1998)
* Overnight Delivery (1998)
* Pleasantville (1998)
* Cruel Intentions (1999)
* Election (1999)
* Best Laid Plans (1999)
* American Psycho (2000)
* Little Nicky – Un diavolo a Manhattan (Little Nicky) (2000)
* The Trumpet of the Swan (2001) – voce
* La rivincita delle bionde (Legally Blonde) (2001)
* L’importanza di chiamarsi Ernesto (The Importance of Being Earnest) (2002)
* Tutta colpa dell’amore (Sweet Home Alabama) (2002)
* Una bionda in carriera (Legally Blonde 2: Red, White & Blonde) (2003)
* La fiera della vanità (Vanity Fair) (2004)
* Quando l’amore brucia l’anima (Walk the Line) (2005)
* Se solo fosse vero (Just Like Heaven) (2005)
* Penelope (2007)
* Rendition – Detenzione illegale (Rendition) (2007)
* Four Christmases (2008)

Doppiatrici italiane [modifica]

* Doppiata da Valentina Mari ne: La rivincita delle bionde, Una bionda in carriera
* Doppiata da Elisabetta Spinelli in: Quando l’amore brucia l’anima
* Doppiata da Rossella Acerbo in: Cruel Intentions, American Psycho, La fiera della vanità
* Doppiata da Giuppy Izzo in: Tutta colpa dell’amore
* Doppiata da Federica De Bortoli in: Legami di sangue, legami d’amore, Pleasantville, Election
* Doppiata da Selvaggia Quattrini in: L’importanza di chiamarsi Ernesto
* Doppiata da Georgia Lepore in: Se solo fosse vero

Collegamenti esterni [modifica]

* Scheda su Reese Witherspoon dell’Internet Movie Database


Java 7

Agosto 18, 2008

Vagando per il sito di deitel & deitel, sono arrivato a questa sezione che parla di Java 7. Cliccando su resource centers si possono trovare tanti altri gruppi di risorse. Per chiudere segnalo anche questo articolo su Knol, la nuova enciclopedia di Google che parla di Java 7.
Buona lettura! :)